Mosca vende 29 missili all’Iran: ma forse l’attacco Usa è più vicino

Washington potrebbe scegliere di colpire le installazioni atomiche di Teheran prima che le difese si perfezionino: Putin infatti ha ceduto anche sistemi strategici antiaerei

Marcello Foa

Qualche indiscrezione era trapelata nel dicembre 2005, poi il silenzio. Ma ora la notizia è confermata da un rapporto del Congresso americano: la Russia ha venduto all’Iran 29 missili terra-aria Tor-M1. Non solo. Putin, che nel 2003 si era opposto alla guerra in Irak e che al vertice del G8 di San Pietroburgo aveva ribadito il suo impegno in favore della pace nel mondo, è diventato il primo fornitore di armi ai Paesi in via di sviluppo, per un totale di 7 miliardi di dollari, superando, per la prima volta, gli Stati Uniti e la Francia. Tra i clienti del Cremlino, oltre a Teheran, ci sono l’India e, soprattutto, la Cina, che ha acquistato 8 aerei-cisterna per il rifornimento in volo.
Insomma, brutte notizie per l’Amministrazione Bush. La relazione parlamentare, citata ieri dal New York Times, non rivela dove siano stati dislocati i 29 missili, ma fonti di intelligence non hanno dubbi: sono già operativi, molti dei quali attorno agli impianti nucleari di Bushehr. Il sistema Tor-M1 è una versione modificata del SA-15B, a breve gittata, ma munito di un sistema radar-computerizzato in grado di neutralizzare autonomamente un missile o una bomba in avvicinamento. E questo significa che Teheran è in grado di difendersi più efficacemente nell’eventualità, sempre più probabile, di un raid statunitense per impedire al regime di Ahmadinejad di costruire la bomba atomica.
Le sorprese russe non finiscono qui. Il Cremlino ha siglato accordi per aggiornare e potenziare i bombardieri Su-24, i caccia Mig-29 e i carri armati T-72, posseduti da tempo dall’Iran; inoltre, secondo voci insistenti ma non confermate, starebbe trattando la vendita del sistema strategico S-300PMU SAM, capace di individuare e intercettare aerei nemici fino a 300 chilometri. Di certo Putin è sempre meno amato a Washington e ora appare evidente la ragione della sua inossidabile opposizione al varo di nuove sanzioni dell’Onu contro la Repubblica khomeinista: più passa il tempo e più ha l’opportunità di incrementare le commesse militari.
Il suo atteggiamento potrebbe però, paradossalmente, accelerare i tempi dell’attacco statunitense. L’America non vuole correre il rischio di dover affrontare un Iran molto più agguerrito di quanto preventivato finora dagli strateghi del Pentagono. Nei giorni scorsi si era sparsa la voce di un attacco addirittura prima delle elezioni legislative americane del 7 novembre. Ora questa opzione sembra svanita. Le prossime date in calendario sono dicembre 2006 e l’estate 2007. In ogni caso l’America, pressata da Israele, non aspetterà a lungo per decidere in che modo intende neutralizzare la minaccia atomica iraniana.
Il rapporto del Congresso rivela un altro dato inquietante: un altro Paese, la cui identità non viene rivelata ma che fonti del Pentagono identificano nella Corea del Nord, ha venduto 40 missili balistici tra il 2001 e il 2005. A chi? Ufficialmente non si sa, ma anche in questo caso il sospetto è che tra i beneficiari ci sia, ancora una volta, l’Iran. Anche la vendita degli aerei-cisterna alla Cina è meno innocua di quanto possa sembrare a prima vista. Questi velivoli consentono infatti all’aviazione militare di Pechino di ampliare il proprio raggio di azione e dunque Washington si vede costretta a rielaborare le strategie in caso di crisi nel Sud-est asiatico. Difendere il governo di Taiwan da oggi è un po’ più complicato.