"Moschea covo di terroristi" Ma il giudice la riapre

Nel centro culturale di Macherio erano stati concepiti i piani deliranti
dei due aspiranti martiri arrestati alla fine del 2008 Il ministro
Maroni la vuole chiudere. Il Comune ha ordinato la demolizione. E adesso
il Tar ha azzerato tutto

Pure Roberto Maroni si era sbilanciato: «Faremo chiudere quel centro». Parole che sembravano definitive. Loro invece hanno rifatto i pavimenti, imbiancato le pareti, costruito divisori in cartongesso e dopo i servizi igienici, hanno installato pure degli altoparlanti. Non hanno certo trascorso due anni con le mani in mano gli islamici proprietari del Centro culturale Pace onlus di Macherio, assurto agli onori delle cronache nazionali per essere stato indicato dalla Digos come «un covo di terroristi». Chiuso per mesi dopo gli arresti di Ilhami Rachid e Abdelkader Ghadif, marocchini e aspiranti martiri, frequentatori di quel capannone trasformato abusivamente in una moschea, messo sotto controllo e perquisito dalla Digos dopo le intercettazioni nelle quali i due uomini parlavano di far esplodere l’Esselunga di Seregno, o la caserma di via Perrucchetti e a come gli sarebbe piaciuto vedere tutto saltare in aria. Tutto inutile. Il centro culturale non solo potrà continuare a restare aperto, ma potrà farlo con tutti i crismi.
Non è servita dunque la giustizia penale che, va ricordato, ha assolto (anche se subito espulso) i due marocchini (due mesi fa) con la motivazione che erano solo due chiacchieroni e le loro idee di stragi solo fanfaluche. Ma non è servita neppure la giustizia amministrativa alla quale il comune di Macherio si era appellata sperando di mettere la parola fine una volta per tutte su quel centro islamico. Quello di via Toti era in realtà un vecchio capannone riadattato a centro culturale. Ma di promiscuo utilizzo secondo il Comune di Macherio, che lo scorso anno dopo aver mandato i vigili a fare un sopralluogo e aveva ordinato «la demolizione di opere realizzate senza titolo edilizio - consistenti principalmente nella realizzazione di impianti elettrici, igienico sanitari, disimpegni, tramezzature in cartongesso, controsofittature, pavimentazione, nel rivestimento di pilastri con pannelli in cartongesso e nella posa di altoparlanti - in quanto finalizzate alla realizzazione di un edificio completamente diverso dal preesistente e destinato a luogo di culto e per attività religiose, in contrasto con gli artt. 71 e 72 della l. Regione Lombardia n. 12/2005». Secondo il Comune il centro veniva utilizzato per fini di culto religioso senza avere né i requisiti né l’autorizzazione. Ma non per il Tar di Milano che ieri ha annullato il provvedimento del sindaco accogliendo il ricorso dei musulmani.
«Di per sé le opere realizzate non rivelano, in alcun modo, una destinazione del fabbricato ad attrezzatura di interesse comune per servizi religiosi - hanno scritto i giudici nella sentenza -. Il rifacimento di coperture di pavimentazione, il ripristino di intonaci, la sistemazione di pilastri in cartongesso, l’imbiancatura dei locali, la realizzazione di impianti igienico - sanitari ed elettrici non palesano, di per sé, in alcun modo, la realizzazione di un luogo di culto né l'esercizio nell'immobile un’attività connessa al ministero pastorale». L’immobile non è una moschea ma «un luogo di riunione ed assistenza riservato alla comunità religiosa islamica: i servizi prestati dall’associazione sono rivolti ad una comunità appartenente ad una determinata confessione religiosa, ma dichiaratamente erogati al solo scopo di promuoverne l’integrazione e l’inserimento nella società». E anche se in passato l’immobile è stato usato «quale luogo di culto e di preghiera, non è, di per sé, indicativa di una modificazione della funzione originaria dell'immobile».