La moschea e i liberali

Lei, direttore, nei giorni precedenti ha parlato del «farsi del male» citando alcuni episodi fra i quali spicca il «caso Gagliardi» in relazione alla presa di posizione di quest'ultimo in Consiglio Comunale a proposito della costruzione della «moschea». Egli si è detto favorevole. Avendo poi lo stesso Gagliardi ricevuto sostegno da Alfredo Biondi a causa delle reprimende nei suoi confronti da parte del gruppo del Pdl in C.C.. Idealmente dovrei schierarmi con Gagliardi e con Biondi ma praticamente, cioè politicamente, non me la sento proprio e direi che me ne guardo bene. Non mi va di affiancare quel 25% di politici e di cittadini in genere che a tutti i livelli sono animati da un forte senso di deriva antinazionale. Non parlo di Gagliardi e di Biondi che non fanno altro che portare alla luce questa contraddizione che ci perseguita dal dopoguerra. Quando oggi nei dibattiti televisivi posso constatare che l'on. Massimo D'Alema si atteggia a liberale più di Vittorio Feltri. Ne deriva che gli autentici liberali (parlo per es. di Alfredo Biondi) sono giocati e aggirati dall'astuzia politica sul loro stesso terreno (e con loro tutti quelli che nel corso di torbidissimi decenni hanno tenuto duro, sentendosi quasi pressoché isolati). A questo punto è quasi fin troppo agevole introdurre il tema della necessità per le istituzioni democratiche di salvarsi (attraverso la prevenzione) dall'inquinamento derivante dall'arrivo in massa di esponenti delle società del Terzo mondo che hanno concezioni fortemente partecipate e vincolate al totalitarismo di matrice religiosa.
Resto dell'idea che in un periodo storico in cui sono troppi coloro che per motivi diversi vogliono sciogliere il tessuto originario italiano in una varietà multietnica sia bene lasciare ai cittadini direttamente la scelta del loro destino. Ecco dunque l'opportunità di un referendum. Dobbiamo essere sempre più cinici e realisti alla luce anche di grave episodio recentemente venuto alla luce. Durante l'ultimo governo Prodi, in adempimento alle clausole di quel discutibile trattato che va sotto il nome (ormai per certi tratti famigerato) di Schengen, il 40% della malavita rumena (piccola e grande) ha lasciato, per ammissione dello stesso governo di Bucarest, il proprio paese e si è trasferita in Italia. Questo fatto si commenta da solo. Ne deriva che anche una questione di portata limitata come la costruzione di una moschea a Genova deve per forza di cose diventare occasione di mobilitazione (e di referendum). Quando avremo una sinistra e una larga parte dei cattolici più legati alla propria terra d'origine, si potrà allora ragionare diversamente. L'Italia è a rischio più che mai.