Moschea a Milano, Maroni prende tempo

Roberto Maroni arriva a Milano, lancia l’allarme terrorismo islamico ma non riesce a risolvere il problema della moschea. Al contrario, dopo un incontro con il sindaco, Letizia Moratti, rilancia la palla a Palazzo Marino. La nascita di luoghi di culto «è una decisione che spetta al Comune» dice, per la sorpresa di coloro che attendevano dal Viminale l’annunciato disegno di legge che disciplina i luoghi di culto.
La Moratti replica subito («è vero che la competenza è del Comune, ma quando ci sono delle problematiche che riguardano l’ordine pubblico, noi preferiamo lavorare con la prefettura. Posizione che il ministro ha condiviso») e lascia intendere di non avere nessuna fretta: «Sui luoghi di culto abbiamo tenuto una riunione qualche settimana fa e stiamo componendo il gruppo di lavoro per studiare le modalità. Non abbiamo ancora parlato di luoghi, stiamo parlando di criteri». L’assessore all’Urbanistica, Carlo Masseroli, ribadisce che è necessaria un’iniziativa privata degli islamici interessati ed esclude l’inserimento di un minareto nel panorama milanese: «Costruire una grande moschea a Milano significherebbe attrarre tutti i fedeli del Nord e rivoluzionare la realtà della zona. L’unica area possibile sarebbe il Parco Sud, ma non abbiamo intenzione di usarla per questo. Invece il percorso per la realizzazione di piccole moschee c’è ed è ben regolamentato. I musulmani che fossero interessati a un’area, possono comprarla e presentare un progetto». Insomma, le moschee possono attendere.
Era stato proprio il ministro dell’Interno, sin dall’inizio del suo mandato, a porre una stretta relazione tra i luoghi di preghiera degli islamici e la sicurezza, tanto da incaricarsi della missione di chiudere viale Jenner. E un mese e mezzo fa, durante un incontro in prefettura, aveva invitato Palazzo Marino a non procedere in attesa della legge nazionale. Adesso, nel momento in cui l’allarme terrorismo sembra più concreto, Maroni minimizza: «Ci sono delle implicanze che riguardano la sicurezza e sono lieto di discuterle. Lo abbiamo già fatto e continuiamo a farlo. Ma la decisione tocca al Comune».
Maroni ha approfittato di un convegno organizzato dall’Anci al palazzo delle Stelline per un faccia a faccia con il sindaco, Letizia Moratti, sui temi della sicurezza, particolarmente urgenti in città. Il ministro ha parlato di possibili rapporti tra il terrorismo e il radicalismo islamico: «L’area di Milano e della Lombardia è il luogo in cui si sono radicati questi fenomeni. A Milano c’è stato il primo caso di kamikaze in Italia. Purtroppo si concentrano tutti qui e per questo l’attenzione è massima». Niente da dire, invece, sulla moschea, se non una promessa al sindaco di partecipare a un incontro con il prefetto e gli esponenti del Pdl interessanti al problema.
Il malumore serpeggia nella maggioranza, a partire dal vicesindaco, Riccardo De Corato, che sollecita al ministro la normativa sui luoghi di culto: «È lo stesso ministro che ci ha chiesto collaborazione. Non può essere ignorato che viale Jenner è tuttora guidato da un imam condannato per terrorismo e mai espulso, che tra le varie frequentazioni vanta quella del numero due di Al Qaida, e che da quell’ambiente siano passati Abu Omar, poi sequestrato dalla Cia e stragisti di Madrid. Senza dimenticare gli inquietanti scenari recenti». A Milano, ricorda De Corato, ci sono quattordici luoghi di culto, che vengono utilizzati solo dal 10 per cento dei 53 mila islamici regolari, «visto che molti preferiscono pregare a casa».