Moschea rossa, la rivolta finisce nel sangue

Il bilancio finale potrebbe essere ben più drammatico e creare altri seri problemi al presidente Musharraf

Desiderava il martirio e l’ha ottenuto. Ora resta da vedere se l’uccisione dello sceicco Abdul Rashid e di almeno sessanta suoi fedeli asserragliati nella Lal Masjid, la Moschea rossa di Islamabad, segnerà la fine dei tumulti o innescherà, come auspicava lo sceicco, la rivolta del Pakistan integralista contro il presidente Pervez Musharraf. Per ora l’operazione Silenzio scattata all’alba di ieri mattina tiene fede al proprio nome. Dalle 300 stanze e dai sotterranei della moschea roccaforte dell’integralismo pakistano vicino ad Al Qaida non partono più né fanatici proclami né sventagliate di mitraglia. Quindici ore di battaglia hanno piegato la resistenza dei fanatici che negli ultimi sei mesi avevano trasformato la Moschea rossa in un’enclave dell’islam integralista emettendo sentenze contro il vizio ed educando migliaia di bimbi e donne ai precetti più radicali. All’interno della moschea circondata dall’esercito e rastrellata dai rangers restano soltanto cadaveri. Quanti non si sa. Le autorità ieri sera parlavano di una sessantina di militanti morti, tra cui lo sceicco Abdul Rashid, e di almeno otto caduti e una trentina di feriti tra le fila dell’esercito. Le cifre finali potrebbero esser molto più alte. Abdul Sattar Edhi, responsabile dell’Edhi Foundation, un’associazione umanitaria di Islamabad, ha fatto sapere di aver fornito all’esercito 400 sudari da sepoltura. Un bilancio di quel genere rischierebbe però di innescare nuove rivolte nelle zone del Paese dove gli integralisti godono di un vasto appoggio popolare.
L’assalto alla Lal Masjid scatta dopo 11 ore di inutili negoziati. Abdul Rashid, asserragliato nei sotterranei, chiede in cambio della resa un salvacondotto per tutti i propri uomini, compresi gli eventuali militanti stranieri. Il governo offre la libertà soltanto alle donne e bambini. Ai militanti chiede di scegliere tra l’arresto o la morte in battaglia. Abdul Rashid risponde di preferire il martirio. Alle quattro di mattina il governo l’accontenta. I primi rangers si lanciano all’assalto del salone della moschea e i cecchini bersagliano i minareti. «I nostri uomini avanzano stanza dopo stanza facendo attenzione a non colpire donne e bambini», annuncia il portavoce dell’esercito generale Waheed Arshad. Quante siano le donne e i bambini all’interno della moschea nessuno lo sa con certezza. Anche il loro ruolo è confuso. Per il governo sono ostaggi dei militanti. Per gli assediati sono familiari o studenti della scuola religiosa decisi a non abbandonare la Moschea Rossa. Il generale Arshad nel pomeriggio annuncia il salvataggio di una sessantina fra donne e bambini. Otto bimbi sarebbero sfuggiti ai militanti durante l’assalto ai sotterranei.
La battaglia nelle viscere della Moschea rossa è la parte più difficile dell’operazione. I militari affermano di usare soltanto granate acustiche per stordire e snidare gli insorti, ma le telefonate degli assediati parlano di stanze sventrate dalle esplosioni e di cadaveri disseminati ovunque. Anche l’uccisione, nel tardo pomeriggio, dello sceicco Abdul Rashid Ghazi è un piccolo mistero. «Ghazi era circondato dai militanti che gli hanno impedito di arrendersi ed è stato ucciso negli scontri», annuncia il portavoce del ministero degli Interni Javed Iqbal Cheema facendo intendere che il “santone” avrebbe preferito la resa o la fuga. Così aveva fatto venerdì scorso suo fratello Abdul Aziz affidandogli la guida della moschea prima di tagliar la corda travestito da donna. Stavolta, a dar retta al governo, i duri e puri della moschea avrebbero fatto quadrato intorno a Rashid Ghazi costringendolo a morire con le armi in pugno. «I soldati l’hanno individuato nel sotterraneo e gli hanno chiesto per quattro volte di arrendersi. Quando è venuto avanti i militanti che lo circondavano – ha spiegato Javed Cheema - hanno aperto il fuoco contro i soldati e Ghazi è caduto nel corso della sparatoria».