La moschea sfrattata resta dov’è Il Comune chiede aiuto al prefetto

L’associazione Yacuta dentro un capannone a Magenta. L’assessore scrive a Lombardi: «Le regole valgono per tutti»

Non sono bastate le sanzioni amministrative comminate dal Comune. E neppure due sentenze emesse dal tribunale di Rho. La moschea di Magenta, quella gestita dall’associazione Yacuta, che raccoglie attorno a sé la comunità pakistana, continua a resistere, proseguendo imperterrita ad assolvere alle sue funzioni, e ospitando per la preghiera centinaia di islamici.
Non solo: il responsabile del sodalizio ha anche fatto sapere di non avere la minima intenzione di lasciare il capannone di via Oberdan, un ex stabile industriale non destinato a funzioni religiose. «Da qui - ha avvertito - non ce ne andremo prima di aver trovato in città un altro luogo che ci ospiti per pregare».
Così, visto che la protesta della gente del quartiere non ha sortito finora alcun effetto, l’assessore della Lega Nord Simone Gelli ha deciso di chiamare in causa direttamente il prefetto di Milano: «Credo che non si possa più tollerare una simile situazione di disagio e di illegalità sancita ormai da due sentenze – ha detto -. Dopo aver perso due cause innanzi alla giustizia italiana, l’Associazione Yacuta continua ad andare avanti nell’illegalità, tenendo aperta nella nostra città una moschea che avrebbe dovuto chiudere da tempo. È questa l’integrazione che vogliono intraprendere con la nostra comunità?».
Per Gelli la xenofobia non c’entra affatto: nel caso della moschea illegittima è soltanto una questione di rispetto delle regole e delle leggi. Che devono valere per tutti, senza sconti. Quando scoppiò la protesta dei cittadini contro il centro islamico insediatosi nel capannone industriale, il Comune intervenne contestando all’associazione Yacuta l’impossibilità di rimanere in quel posto, avendo lo stesso una diversa funzione d’uso.
Contestazioni che non ebbero effetto, così come le multe successivamente inflitte. Alla fine il proprietario dello stabile ingiunse lo sfratto al sodalizio, accordato dal giudice, così come l’immediata esecutività. «Di fronte a questi gravi fatti che non possono essere sottaciuti, abbiamo deciso di scrivere al prefetto, per segnalare non solo la grave situazione di ordine pubblico e di illegalità che permane nella nostra città, ma soprattutto per chiedere in tempi brevi, di rendere esecutiva la sentenza di sfratto emessa dal tribunale solo qualche mese fa».
Insomma che qualcuno ordini al sodalizio islamico di uscire da via Oberdan, comportandosi con i suoi responsabili così come si farebbe con gli altri cittadini italiani alle prese con gli sfratti. «Nei capannoni ci sono anche alcuni giovani che fanno musica – hanno raccontato gli abitanti della zona - loro hanno già detto che a giorni se ne andranno, rispettando l’ordine di sfratto. Perché questi stranieri che vanno lì a pregare devono avere un trattamento diverso e di favore? Evidentemente per loro le nostre leggi valgono poco».