«La moschea a tempo, una soluzione tampone: tutti via a fine settembre»


«Quindi fisserei il termine ultimo al 30 settembre. Non di più».
Sempre se i frequentatori del Centro culturale islamico di viale Jenner avranno trovato un altro posto per andare a pregare. Soprattutto il venerdì.
«No, no. Non ci siamo capiti. Trovato o non trovato, da lì si devono spostare. Sarebbe un guaio trasferire stabilmente il problema in un’altra zona della città».
Ma perché?
«Perché quel quartiere non è pronto a essere trasformato, a ricevere tutto quel via vai».
Allora perché l’hanno scelto?
«Perché c’è il Vigorelli, una struttura in grado di ospitare tutta quella gente. Ma, lo ripeto, è una soluzione tampone. Ma se il Vigorelli era in corso Venezia che facevamo, mandavamo 4mila islamici a pregare lì».
Una soluzione un po’ all’italiana, la polvere sotto il tappeto e si tira a campà?
«No. Un’ottima soluzione. Bene ha fatto il Comune a proporla e soprattutto benissimo ha fatto il ministro Bobo Maroni a sollevare il problema».
In molti, soprattutto di Alleanza nazionale e di Forza Italia, non la pensano così.
«Se posso dire una cosa, magari avrei preferito che prima di sollevare un problema, avesse avuto anche la soluzione».
Colpito e affondato Maroni.
«Ma no, ha il merito indubbio di aver affrontato la questione di viale Jenner. Una situazione che si era incancrenita per anni. E dunque è bene averla finalmente affrontata».
La soluzione non sembra soddisfarla.
«È soddisfacente, ma temporanea. Il velodromo va bene perché grazie alle sue dimensioni fa immaginare per il quartiere disagi ridotti. Ridotti, ma non annullati».
Siamo sempre lì.
«L’importante è che ci sia una scadenza certa per l’utilizzo di una struttura sportiva per uno scopo che non è il suo».
Ma i musulmani avranno pure il diritto di pregare.
«E nessuno glielo nega. E lo sottolineo bene, ci mancherebbe altro».
E allora?
«Hanno il diritto di pregare, ma senza creare problemi ai residenti di un quartiere».
Dichiarazione sospetta.
«Direi lo stesso se per strada ci andassero quattromila cattolici. Guai a negare agli islamici il diritto di pregare. Sarebbe un clamoroso autogol, trascineremmo soltanto i moderati nell’orbita della propaganda degli oltranzisti. Ma non vogliamo più a Milano problemi di ordine pubblico».
Se questa è provvisoria, indichi lei una soluzione definitiva. Meglio la grande moschea o tanti piccoli luoghi di culto nei quartieri?
«Non è mio compito dirlo. Ci penseranno il sindaco, il ministro e il prefetto».
Troppo facile.
«Magari una cascina. O un’area verde un po’ isolata da attrezzare opportunamente. Guardate la moschea di Segrate, è fatta nel posto giusto e non crea nessun problema».
Anche la Russa vuole la moschea a Milano.
«Deve essere ben chiaro che se la devono pagare loro. Lo Stato italiano non costruisce le chiese e non costruirà nemmeno le moschee».
Intanto lei chiede che i sermoni vengano fatti in italiano.
«In molti altri Paesi c’è addirittura l’obbligo di depositarli prima. Qui ci potremmo accontentare della nostra lingua».
Giannino della Frattina