Moschee, ai musulmani il Tar dice sempre di sì

Ecco come gli islamici beffano i divieti dei sindaci: comprano gli
stabili e mutano la destinazione d’uso con l’avallo dei tribunali
amministrativi. Fondano un'associazione culturale e poi adibiscono la sede a luogo di preghiera

Francesco De Remigis

È legittimo trasformare un laboratorio artigianale in una moschea? E utilizzare un magazzino come luogo di culto? Secondo il Tar del Veneto, sì. E pare non sia l’unico in Italia a pensarla in questo modo. Con una sentenza emessa la scorsa settimana il Tribunale amministrativo regionale ha infatti stabilito la riapertura del seminterrato veronese dove gli islamici pregavano senza autorizzazione dal 2003. E hanno continuato a farlo fino al 6 agosto scorso, quando il sindaco di Verona, Flavio Tosi, firmò un’ordinanza di chiusura per problemi di carattere igienico-sanitario. Si tratta di un normalissimo immobile ristrutturato per volontà dell’imam Mohamed Guerfi, che ha trasformato in una moschea il deposito destinato originariamente allo scarico delle merci.

Sfogliando le sentenze dei Tribunali regionali ci si accorge che anche altre associazioni islamiche hanno seguito un iter simile, trasformando lo stabile in un luogo di culto poco dopo il loro insediamento. La strategia in diversi casi ha permesso di aprire un centro di preghiera pur non essendo riconosciuto come tale. È successo a Salorno, in provincia di Bolzano, dove il Tar ha dato ragione agli islamici sospendendo l’ordinanza del sindaco che imponeva l’abbattimento delle pareti interne di un edificio nato come magazzino ortofrutticolo. Lì erano stati creati diversi ambienti occupati dall’associazione musulmana «Per la fratellanza». Erano sorte alcune stanze grazie alle nuove pareti e successivamente affittate all’associazione musulmana che ne aveva fatto un luogo di culto. Lo scorso gennaio il Comune ha imposto la demolizione delle pareti e il ripristino della funzione originaria dell’immobile. Ma il il 9 aprile il Tar ha sospeso l’ordinanza di demolizione autorizzando la preghiera e la permanenza della mini-moschea.

La stessa cosa è accaduta a Bergamo, dove il Tar ha consentito a un capannone di diventare «centro islamico». Lì i musulmani avevano comunicato il mutamento di destinazione d’uso: da laboratorio artigianale a luogo di culto. E avvalendosi della legge regionale 1 del 15 gennaio 2001 che liberalizza i mutamenti di destinazione senza opere edilizie, subordinandoli a una semplice comunicazione, avevano installato una piccola moschea. Dopo qualche mese il centro aveva ammodernato i servizi igienici, l’impianto elettrico, il riscaldamento e ritinteggiato i muri. Un lavoro significativo che il Comune ha considerato una vera e propria ristrutturazione per la quale era necessario chiedere una concessione. I lavori furono dunque fermati, ma il Tar ha dichiarato legittimo il cambio di destinazione dando ragione agli islamici.

Presentato formalmente o semplicemente minacciato, dunque il ricorso al Tar è divenuto parte di una strategia a cui ricorrono sempre più associazioni islamiche, rivendicando il diritto alla preghiera o all’insegnamento del Corano anche in assenza di autorizzazioni. Perfino i dirigenti della scuola italo-araba milanese intitolata allo scrittore egiziano Nagib Mahfuz hanno fatto ricorso al Tar, ma dopo giorni di polemiche l’istituto fu autorizzato dall’ex ministro Giuseppe Fioroni. In quel caso la chiusura fu disposta dal prefetto in mancanza del nulla osta comunale per la sicurezza e dell’autorizzazione dell’Ufficio Scolastico della Lombardia.

Proprio in questi giorni sono invece gli islamici di Sondrio, associati all’Unione delle comunità islamiche valtellinesi, a valutare la via del Tribunale amministrativo. La scorsa settimana l’organizzazione ha infatti incassato il no del Comune per trasformare in centro religioso l’ex palestra dove si ritrovavano per pregare, e sono dunque orientati a rivolgersi al Tar. L’augurio per loro è che il ricorso finisca sulla scrivania giusta, dato che non sempre la giustizia amministrativa ha dato ragione all’islam: specie in presenza di una mobilitazione massiccia della cittadinanza, il Tar è stato infatti meno accondiscendente. A Gardolo, in provincia di Trento, sono stati presentati decine di ricorsi dei residenti contro l’apertura di una moschea e il mese scorso il presidente del Tar ha bloccato i lavori. Agli islamici, però, resta sempre la via del Consiglio di stato.