Moschee, regole e poi un referendum

Più ancora della stangata su Irpef e Atm, l’accelerata del vicesindaco Maria Grazia Guida sulle moschee ha spaccato la maggioranza e il Pd. Palazzo Marino ha annunciato una linea che accontenta le comunità islamiche cittadine su tutto il fronte: «Prima le parrocchie e poi il Duomo» ha sintetizzato, parlando con il Giornale, il direttore dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari. Dunque entro un anno le moschee di quartiere, poi la «grande moschea».
Richiamando i suoi compagni a un necessario «dialogo» ma con la città, e a non avere fretta (tradotto: andarci piano), è stata ancora una volta la capogruppo del Pd Carmela Rozza ad assumersi il compito di riportare alla realtà un esecutivo comunale che pecca spesso di astrattezza e ideologismo, beccandosi peraltro una rispostaccia dai «suoi» assessori. Eppure non è un caso che Carlo Masseroli, che dirige l’altro grande partito rappresentato in Consiglio comunale, il Pdl, abbia condiviso apertamente le posizioni della Rozza: «Sono temi delicati e rilevanti su cui non è concesso essere generici e superficiali come mi è parsa la proposta della giunta - ha convenuto ieri Masseroli - tra la religione cristiana e la religione dell’Islam ci sono molte differenze: qualsiasi persona può alzarsi un giorno e decidere di fare l’Imam. Non si apre un luogo di culto, piccolo o grande che sia senza le opportune garanzie e i dovuti controlli su chi la gestirà». «Avviamo un lavoro serio e puntuale in commissione e in consiglio - ha aggiunto il capogruppo del Pdl - Il resto è inopportuna demagogia. O è un buonismo superficiale o un pericoloso lassismo». Ieri anche il coordinatore cittadino del Pd, Francesco Laforgia, è tornato a declamare il mantra del «dialogo», ma si sa che gli slogan sono buoni per la campagna elettorale, dopo non bastano più.
Tutti hanno presente i rischi legati al fondamentalismo. Molti milanesi, potenziali vicini di casa delle moschee, temono giustamente le infiltrazioni, già abbondantemente verificate e perseguite dalla giustizia italiana, di estremisti e folli predicatori d’odio. Ed è evidente che il tanto decantato «dialogo» non dà risposte a questi inquietanti interrogativi. Servono regole precise, che garantiscano sulla gestione dei centri islamici. Mentre nel mondo arabo si fanno largo fra enormi difficoltà e resistenze dei fermenti liberali che aspirano al riconoscimento dei diritti civili, Milano non può certo permettersi di allevare in seno la propaganda fondamentalista: contro l’Occidente, contro Israele, contro i diritti delle donne. Servono interlocutori seri, affidabili, specchiati. Sia fra i dirigenti dei centri islamici, sia fra le autorità religiose, gli imam. Certo, uno dei problemi riscontrati un po’ ovunque, in Europa, è la difficoltà di arrivare a intese scritte con il mondo islamico, che non è organizzato e strutturato in modo unitario e gerarchico. Eppure un «concordato» del Comune con le comunità islamiche locali, un’intesa più facile da raggiungere sul piano comunale, potrebbe essere la risposta adeguata. Un concordato milanese che stabilisca regole certe e garanzie, e possa essere sottoposto come tale al giudizio della città: del Consiglio comunale, delle Zone, dei cittadini. I milanesi hanno votato due mesi fa su referendum locali complicati o piuttosto astrusi. Facciamoli scegliere su questo. Allora si vedrà cosa vuole davvero la città.