Mose, spese alle stelle con le piroette di Cacciari

Nel 2000 il sindaco appoggiava l’opera, ora ha cambiato idea e ammicca ai Verdi. Il Consorzio che cura il progetto: «Tornare indietro ci costerebbe 1 miliardo di euro in più»

Guido Mattioni

È il moto ondivago, più di quello ondoso, a minacciare Venezia. Altro, insomma, rispetto all’andirivieni di navi e vaporetti. Qui si parla dello «sciabordio» politico del primo cittadino, Massimo Cacciari. Che anche sul Mose, il sistema di barriere per salvare la città da maree catastrofiche, non ha avuto una linea di condotta rettilinea.
«Lui sa essere sullo stesso tema, anche in tempi ravvicinati, l’uomo del “Sì” e quello del “So”. O anche del “Nì”. Il “No” secco, invece, gli risulta più difficile», sintetizza chi lo conosce bene. Va come e dove tira il vento, insomma. O visto che siamo a Venezia, a seconda di quanto sale la marea. Moto ondivago censurato di recente anche dallo stesso fratello Paolo, esponente di Rifondazione Comunista. Che lo ha accusato - Augh! - di «lingua biforcuta». Aggiungendo che «non è possibile avere un sindaco che dice una cosa a Venezia e un’altra a Roma». Né «un dirigente della Margherita che in Laguna prende in giro gli elettori mentre a livello nazionale non fa battaglie perché tanto sa che le sue istanze non verranno mai recepite». Fraterni veleni ai quali il sindaco ha replicato con analoghi toni da parenti serpenti: «Paolo parla solo perché ha la bocca. Se ha il senso del pudore taccia. E taccia per sempre».
Moto ondivago, quello di Cacciari, emerso anche per il Mose. Nel 2000 lui si schierò a favore del via alla fase esecutiva. C’erano le regionali e quella scelta puntava a raccogliere voti moderati nell’orto di Giancarlo Galan, il governatore uscente di Forza Italia. Per la cronaca non andò così: Galan fu rieletto allora e una terza volta nel 2005.
Stesso anno in cui Cacciari, dopo il lungo tira-e-molla nato da beghe interne alla sinistra, finì per candidarsi a sorpresa, all’ultimo momento, alla carica di sindaco. E proprio contro il rappresentante della sinistra più estrema e giustizialista: il pm Felice Casson. Nome e cognome evocatori di inquietanti tintinnii di manette negli elettori del centrodestra. Convincendone tanti, al ballottaggio, a votare - piuttosto - per Cacciari. E lui, che il vento lo aveva fiutato subito, ma che tuttavia doveva pur battersi in una sfida a sinistra, trasformò in un «So» il suo netto «Sì» del 2000.
Una posizione possibilista ritoccata ulteriormente negli ultimi tempi. Quando è diventata «Nì». Un aggiustamento di tiro più sbilanciato verso il «No» che tutti, a Venezia e in terraferma, leggono come captatio benevolentiae per un probabile e non rinviabile imbarco dei Verdi in giunta.
Scelta corredata da Cacciari con progetti alternativi a quello in corso dal 2003 e che vede un avanzamento lavori già al 21% oltre a 912 milioni di euro spesi sull’investimento previsto di 1,198 miliardi (il costo complessivo finale, nel 2012, sarà di 4,1 miliardi). Il sindaco punterebbe invece a una specie di «riuso» dei lavori realizzati finora per fare qualcosa d’altro, purché non sia il Mose. Qualcosa che in ambienti tecnici viene definita «una colossale stupidaggine». E per rendersi più credibile a sinistra, Cacciari ha indetto un dibattito pubblico per presentare quei progetti. «Progetti da bar», pare, molto simili a quelli che Pecoraro Scanio avanza sul rigassificatore di Brindisi o sulla Tav.
Tornare indietro? L’ipotesi fa inorridire quelli del Consorzio Venezia Nuova, guida operativa del progetto Mose. «Se tutto venisse fermato adesso, oltre ai soldi già spesi vorrebbe dire un costo aggiuntivo di un miliardo di euro - spiegano -. Se invece si procederà virtuosamente, così come sta avvenendo, nel 2012 potremo dire di poter salvare Venezia da una catastrofe come quella di New Orleans. Rischio vero e reale, nel senso che si sa che avverrà, anche se non si sa quando».