Moser provoca lo sport: «Doping libero»

La tesi lanciata dal Financial Times: «Il miglior corridore è quello con il chimico e l’avvocato più bravi. Sfruttiamo i progressi della farmacologia»

Pier Augusto Stagi

Il dibattito è aperto, come ogni volta che ci si trova a discutere di doping: liberalizzare oppure no? L’idea era già stata avanzata da David Owen, editorialista del Financial Times, in un articolo intitolato «Corridori drogati». «Oggi il miglior atleta è quello con il miglior chimico e il miglior avvocato» ha scritto. E ancora: «La farmacologia si è sviluppata al punto che possiamo creare medicinali sicuri, somministrarli in dosi sicure e monitorarne gli effetti in modi che non potevamo nemmeno immaginare in passato». A giustificare l’antiproibizionismo, la constatazione che l’attuale sistema dei controlli «pesca» solo i distratti e gli sfortunati. Per questo Owen si chiede se non sia arrivato il momento di consentire l’uso controllato di medicinali per migliorare le performance. Poi, provocando, aggiunge: «Io preferirei che mio figlio prendesse l’ormone della crescita piuttosto che giocare a rugby: il Gh è meno pericoloso. Non ho mai sentito che abbia provocato una quadriplegia...».
Ieri è entrato in argomento anche Francesco Moser: «Doping libero nello sport professionistico? Forse sarebbe meglio». E il trentino, vincitore di un Giro, di due mondiali (pista e strada), di tre Roubaix, primatista dell’ora e oggi presidente del sindacato mondiale dei corridori professionisti (nella questione Operacion Puerto, però, si è distinto per il suo silenzio, ndr), ha aggiunto: «Se riuscissimo a trovare un modo per mettere tutti gli sportivi sullo stesso piano – ha detto – non sarebbe una cosa malvagia. I regolamenti doping dovrebbero essere uguali per tutti gli sportivi in ogni angolo del mondo. Ma se non si riuscisse a garantire un principio di eguaglianza, allora la soluzione potrebbe essere quella: liberalizziamo il doping. Solo per i professionisti, s’intende...».
Da campione a campione la risposta, dura, arriva da Giuseppe Saronni (vincitore di due Giri, di un mondiale, una Milano-Sanremo, una Freccia Vallone per un totale di 194 corse): «Intanto vorrei sapere a che titolo parla Moser - dice Saronni, oggi team manager -. Se come presidente mondiale dei corridori allora non commento neanche. Sono solo preoccupato... Se è un’opinione personale, come tutte è rispettabile e motivo di discussione. Dico soltanto che tutto quello che stiamo facendo come lotta al doping non può essere buttato via per una battuta a effetto».
Non è per l’indulto ma per l’indulgenza, il pm Giovanni Spinosa. Per lui gli sportivi sono gente di spettacolo e come tali vanno considerati. «Basta con l’ipocrisia. Il vero scandalo è chi fa finta di scandalizzarsi». Questo il pensiero dell’ex pm di Bologna, oggi giudice del tribunale di Paola, che fece parlare di sé per un’inchiesta sul doping che culminò nell’ottobre 2004 con la condanna in primo grado per frode sportiva ed esercizio abusivo della professione di farmacista del dottor Michele Ferrari, amico preparatore di Lance Armstrong. «La mia è e vuole essere una provocazione ma neanche tanto – dice -. L’antidoping fra i professionisti è ormai una battaglia persa, tante e tali sono le tecniche di sofisticazione per mascherare le sostanze dopanti. Ma è il momento di fare queste riflessioni a voce alta, di prendere in considerazione la distinzione fra professionismo e il resto dello sport. Ai ragazzi dobbiamo far capire che fanno una cosa qualitativamente diversa da chi è professionista».
Di tutt’altro parere, Mauro Salizzoni, primario del Centro trapianti di fegato dell’ospedale Molinette di Torino, ed ex presidente della commissione antidoping della federciclismo. «Liberalizzare il doping? Ma non scherziamo, sarebbe una sciagura, per tutti – spiega -. Io sono per la linea dura, guai ad abbassare la guardia. In materia di antidoping, credetemi, si sta facendo ancora troppo poco – dice Salizzoni, che con il governo Prodi è stato nominato nella commissione vigilanza doping del ministero della Salute -. Il punto di partenza? Il limite del 50% di ematocrito è demenziale: è un’istigazione al suicidio. Ma lo sa che da me arrivano ragazzi che presentano dati ematici a 39/40 e credono di essere malati? C’è solo una strada: tanta ricerca e soprattutto tantissimi controlli a sorpresa. Lo sport dev’essere pulito, e chi sgarra con lo sport non deve avere più a che fare. Il doping uccide». Non è dello stesso avviso David Owen, che dall’alto delle sue ricerche e dei suoi studi, aggiunge sul Financial Times: «Uno sport senza medicine è più dannoso del doping. Lo sport fa male».