Moses, 50 anni ad ostacoli «La mia è una vita da film»

La leggenda dei 400hs compie mezzo secolo e si racconta, tra vittorie e impegno civile

Riccardo Signori

Servono altri 50 anni per completare la leggenda. Edwin Moses non è un burlone naturale, dice sempre le cose con l’aria di uno che ti sta spiegando un aspetto della vita, gli occhi si nascondono dietro occhiali che sono stati un marchio di garanzia: eccentrici, alternativi, come un abito di gara. Oggi, invece, sono il compendio dell’abito del business man. Moses ha ancora un fisicone. Non a caso qualche anno fa si era messo in testa di tornare in pista. Ma forse l’età... No, quella no. Mercoledì, l’uomo che, nei 400 ostacoli, è stato una divinità dell’atletica, compirà 50 anni. Un punto d’arrivo? Tutt’altro. La voce gorgoglia dal fondo di chissà quale caverna e fa cambiare idea a chi la pensasse così. «Ho bisogno di altri 50 anni. Ho molto da fare. Giorni fa parlavo con mia madre. Mi ha detto che, nella nostra chiesa, ci sono tre persone che stanno per compierne 100. Dunque...».
Dunque, provi a guardarsi indietro un attimo. Cosa tenere nel cassetto del buon ricordo?
«Quando penso di essere entrato all’università come studente e di esserne uscito come campione olimpico, credo sia il ricordo più bello. Una storia che mi ha cambiato la vita. Una storia da film. Che non avrei immaginato».
Tutto connesso con la storia di campione dell’atletica?
«Vale l’insieme della storia. Nel 1976, quattro mesi prima dell’Olimpiade di Montreal non potevo sognare quel che mi è capitato: campione olimpico con record del mondo (47”64, ndr). E dopo il record, 122 gare senza perdere mai. Anche questo un sogno: un sogno incredibile. La mia vita è cambiata. E anche ora faccio cose che mi piacciono e mi appagano».
È riuscito a tradurre nella vita il successo dell’atletica?
«Mi è servita anche l’università. L’insieme di queste due esperienze mi ha aiutato. Come avessi un potere interiore per riuscire nella vita».
Ma la differenza tra l’atletica e la vita?
«Quando mi allenavo, la vita era l’allenamento. Adesso esistono situazioni diverse. Dall’atletica ho cercato di prendere e apprendere insegnamenti importanti. Comandamento numero uno: la disciplina. E anche l’educazione è una componente decisiva per trasformare un atleta in campione».
Nel suo viaggio nello sport quali personaggi hanno fatto epoca?
«Nel 1968 John Carlos, Lee Evans e Tommie Smith, i tre del black power, hanno cominciato qualcosa di rivoluzionario. Oggi vediamo nel mondo proteste con grande violenza. Pensiamo a quello che hanno fatto loro: sono stati diversi rispetto ad ora, abbiamo capito tutti che non bisogna essere violenti. Che si può non essere violenti. Poi John Akii-Bua, l’ugandese campione olimpico del 1972 nei 400 ostacoli (primo uomo sotto i 48 secondi, 47”82, ndr): una grande storia, bel personaggio. Infine Muhammad Alì... ».
Alì, un personaggio fuori dal mondo dell’atletica...
«Ma Alì è uscito dallo sport per entrare nel mondo di tutti. Ha usato lo sport per trasmettere qualcosa che superasse ogni confine. Negli anni ’60, quando ero piccolo, vedevo proteste violente contro il Vietnam e i diritti civili. Invece queste persone hanno cercato di dire le stesse cose con altri mezzi».
Lei ha lottato molto contro il doping nello sport...
«È uno dei grandi problemi dello sport. È una questione di modelli da presentare ai giovani. Però non ho mai capito che senso abbia festeggiare una vittoria dopo aver preso sostanze dopanti. Come si fa, poi, a essere in pace con la propria coscienza... ».
Più in generale, come sta l’atletica oggi?
«Io amo l’atletica, anche questa atletica. Ma penso che gli atleti debbano avere più personalità. Essere personaggi, non solo atleti. Li sento parlare solo del come vincere. Si concentrano su quello e non su altri aspetti importanti. Bisogna dare qualcosa in più, anche al pubblico».
Perché sono cresciuti così?
«Solo per denaro. I loro procuratori pensano al denaro da intascare subito e non si preoccupano del futuro dell’atleta, dello sviluppo del nostro sport. Oggi tutti vogliono sapere tutto dei campioni: cosa fanno? Cosa dicono? Quali interessi hanno fuori della pista. Bisogna andare incontro a queste esigenze. Io sono ancora famoso, anche per questa ragione: quand’ero atleta mi dedicavo a tutto, non solo al vincere».
Moses e quelli come Moses non potevano insegnare qualcosa?
«Difficile, perché i manager puntano ai soldi e non lasciano spazio ad altro. Quando gli atleti vanno in tv, pensano di aver già fatto tutto».
Nella storia di Moses, qual è stato l’avversario che l’ha messo più in difficoltà, anche dal punto di vista psicologico?
«Per un certo periodo non c’è stato nessuno in grado di battermi. Potevo battere chiunque. Correvo e vincevo senza infierire o essere sbruffone. Ma in gara ho sofferto la presenza di Harald Schmid, il tedesco. Era il vero avversario, sapevo che se c’era lui era dura. In verità, ho temuto qualcuno solo negli ultimi due anni della carriera».
Quali sono gli atleti che oggi le piacciono di più?
«Quelli dei Caraibi: sono proprio forti. Guardate che brave le donne giamaicane. Ma anche le francesi. Quando io ero atleta i piccoli Paesi avevano due-tre atleti al massimo. Oggi sono cresciuti, hanno allenatori più bravi, strutture e attrezzature con cui allenarsi e diventare grandi».
Un atleta simbolo?
Ci pensa molto. «Uno sprinter americano: Gatlin. Certo, prima c’era chi vinceva tre-quattro medaglie d’oro».
Che pensa della Isinbayeva? Forse lei è una donna simbolo?
«È una ragazza della scuola Bubka. Ha una coordinazione speciale ricevuta dalla ginnastica. Sono in sintonia mente e corpo, perciò è perfetta».
Bene, signor Moses: torniamo al punto di partenza. Cosa conta di fare nei prossimi 50 anni?
«Non ho un programma sicuro. Voglio sviluppare la Laureus Sport Academy, per bambini disagiati nelle zone più povere del mondo, incrementare gli affari, parlare di più alla gente».
Per dire cosa?
«Parlo di quello che mi viene dal cuore. Parlo delle motivazioni, di come si può essere atleta e campione. E di come applicare tutto questo alla vita. Quello di cui abbiamo parlato finora».