Mosley resiste: la Ferrari corre in tribunale

Doveva essere un gran giorno, ovvero il giorno che avrebbe messo finalmente la parola fine alla querelle più noiosa, grigia e triste della formula uno. È diventato invece il giorno dell'ennesimo rinvio e dell'ennesimo colpo di scena. Che non toglie grigiore alla vicenda, ma di certo aumenta la tensione. Perché Max Mosley, il presidente-padrone della Federazione dell'auto, ha incontrato la Fota, l'associazione dei team, solo per ribadire, punto per punto, che lui, dalle sue posizioni, dalla proposta del tetto ai costi proprio non si sposta. Risultato: la Ferrari, a nome di se stessa, ma in fondo a nome di tutti, ha detto va bene e adesso si va in tribunale.
Per cui, prima udienza martedì a Parigi e il giorno dopo, a Montecarlo, ancora una riunione delle squadre. Giusto per non farci mancare proprio nulla. Avanti così, insomma, mentre Stefano Domenicali, direttore della Gestione sportiva della Rossa, spiega: «Da quest'ultima riunione emerge che c'è un gruppo molto unito che vuole far chiarezza sulle regole, sul modo in cui vengono decise e sul governo di questo sport. L'azione legale? Non è una novità, il consiglio d'amministrazione aveva dato mandato al nostro presidente di tutelare l'azienda». Domenicali si riferisce agli accordi presi nel 2005 tra Fia e Ferrari riguardo alla stabilità delle regole (la Rossa ha infatti il diritto di essere interpellata in materia di regolamenti, ndr) e se il tribunale parigino dovesse dare ragione a Maranello, la sentenza diventerebbe il cavallo di Troia per far vacillare il castello costruito da Mosley. Sancirebbe infatti il sacrosanto principio che in materia di regolamenti, i team devono essere interpellati. Non a caso, tutte le squadre appoggiano la Ferrari in questa azione. Assente Luca di Montezemolo, presidente del Cavallino e dell'associazione dei team (rimasto in Italia per i funerali del padre), nel mega vertice di ieri a Londra, in una sala dell'hotel Sofitel dell’aeroporto di Heathrow, nonostante la presenza di Ecclestone in veste di mediatore, di Briatore e di tutti i big, il vero protagonista è stato lui e solo lui: Max Mosley. Il presidente della Fia, dopo aver detto no su tutta la linea alle squadre, ha infatti raccontato più o meno questo: «Non c'è spazio per alcun compromesso con i team, per nessuna trattativa, l'anno prossimo chi vorrà partecipare lo dovrà fare rispettando il tetto al budget: non ci sarà alcun tipo di deroga o sconto tecnico». E ancora: «Chi c'è c'è e gli altri sono fuori. Ritengo che il team di Maranello, al 95 per cento, ci sarà. Le nuove regole per il 2010 sono un piano indispensabile per attrarre altre scuderie, non per allontanarle. Noi non possiamo fare marcia indietro, non sarebbe giusto verso i nuovi team pronti ad entrare in F1 attratti dai costi più bassi (ieri la Lola ha detto che se il budget verrà ancora alzato non parteciperà al mondiale 2010, ndr)». E poi: «Alle squadre ho inoltre spiegato che non posso posticipare la data di scadenza per aderire al mondiale (29 maggio, ndr) per non svantaggiare i potenziali nuovi team, però gli ho anche detto che sono e siamo pronti ad ascoltare le loro proposte. Nel frattempo, però, le regole restano così come sono state pubblicate. Non si toccano. Gli ho inoltre spiegato che vogliamo che tutti corrano sotto le stesse regole (nel 2010 chi rispetterà il tetto di 44 milioni di euro avrà più libertà tecnica, chi non lo farà correrà con regole più restrittive, ndr) e in fondo sarà così se tutti aderiranno». Quindi, non soddisfatto, un altro affondo: «Il presidente Montezemolo era già a conoscenza del progetto di riforma un paio di mesi fa, però la Ferrari ha alzato la voce solo adesso. In F1 tutti sono importanti ma nessuno è indispensabile. La formula uno è sopravvissuta anche alla morte di Ayrton Senna». Non proprio elegante, quest'ultima frase.
ha collaborato Lorenzo Amuso