Una mossa scaltra che premia un’icona nostrana

Gran furbata di Marco Müller. Avendo il Cda della Biennale nicchiato un po’ di fronte al Leone d'oro alla carriera al giapponese Hayao Miyazaki, maestro d’animazione, il direttore della Mostra ha pensato bene di riequilibrare in chiave nazional-popolare la faccenda attribuendo un altro felino dorato alla nostra Stefania Sandrelli. Chi può eccepire nel merito? Simpatica e vitale, dotata di una femminilità straripante che ha attraversato oltre quarant’anni di cinema, alto e basso, con qualche audace divagazione sexy (ricordate La chiave, base del suo rilancio?), la malinconica eroina di Io la conoscevo bene approderà al Lido con gli onori che spettano a un monumento nazionale. Non che Venezia sia un traguardo per lei. L’anno scorso vi accompagnò Te lo leggo negli occhi di Valia Santella, l’anno prima Un film parlato di Manoel de Oliveira: ogni volta acclamata come un’icona, un frutto perfetto - tondo e maturo - del nostro cinema migliore. Non è il caso, qui, di tessere le lodi di questa interprete tutta di istinto, che Germi pescò dal mazzo ai tempi di Divorzio all’italiana consegnandola a una carriera mica male. Ci si chiede, però, se questo secondo Leone attribuito a sorpresa non corrisponda a una mossa scaltra, non diremo provinciale perché la signora ha tutti i numeri, in una Mostra già piuttosto generosa verso i colori nazionali (dieci lungometraggi nelle varie sezioni, un presidente di giuria suggerito dall’ex ministro ai Beni culturali, omaggi vari a vivi e scomparsi). Si direbbe una strategia del consenso, e del resto è stato lo stesso Müller a ribadire, in conferenza stampa, che le due direttrici di marcia della mission riguardavano Italia e Stati Uniti: per far contenti tutti, specie chi chiede solo divi hollywoodiani, e non dover star lì tanto a giustificare i suoi cine-amori orientali. Però un vantaggio c’è: dopo i premi a Dino Risi e Dino de Laurentiis, il Leone alla carriera almeno ringiovanisce un po’.