La mossa di Sharon

Il 15 agosto avrà inizio lo sgombero coatto da parte del Governo di Ariel Sharon dei 21 insediamenti israeliani nella striscia di Gaza. Fu in seguito al trattato di pace con l'Egitto, firmato nel 1979, che Israele sgomberò la città di Yamit e alcuni insediamenti vicini. Alcuni abitanti furono incoraggiati dai Governi israeliani a trasferirsi a pochi chilometri di distanza, nel Gush Katif e vicinanze, su delle dune deserte sulla costa mediterranea nella striscia di Gaza. Oggi, 25 anni dopo, coi bambini che sono nati nel frattempo gli abitanti sono diventati circa 8.000, in maggioranza religiosi convinti di compiere la volontà divina nel rendere fertile ogni parcella della Terra d'Israele. Le dune sono diventate stupende serre di orchidee ed altri fiori esportati in Europa, ci sono 800 vacche da latte in una sola fattoria, scuole rabbiniche (yeshivot) costellano la zona. Sono un esempio unico nella regione e strappare gli abitanti dalle loro case è molto penoso.
Ariel Sharon ha deciso circa un anno fa di rilanciare un'iniziativa di pace poiché la «road map» si era insabbiata. Scelse un'azione unilaterale che non aveva bisogno del consenso palestinese e che consisteva nel ritiro degli insediamenti dalla striscia di Gaza. Ciò avrebbe permesso di ritirare anche le unità dell'esercito che vi si trovano per proteggere gli agricoltori israeliani, e quindi di ridurre lo spiegamento dell'esercito. Gaza tornerà pienamente sotto il controllo dell'Autorità Palestinese che dovrebbe mantenervi l'ordine. Essa deve evitare che la striscia serva da piattaforma di lancio per missili e bombe di mortaio contro Israele come è avvenuto negli ultimi mesi contro Sderot. Il consigliere di Sharon avvocato Weisglas, ha ammesso in un'intervista che la mossa sarebbe dovuta al desiderio di mantenere gli insediamenti in Giudea e Samaria (Cisgiordania) in cambio del sacrificio di Gaza. Ma evidentemente i dirigenti della Giudea e Samaria, in gran parte religiosi e nazionalisti, temono invece che questo sia solo il primo passo che condurrà alla fine anche al loro sgombero. Perciò hanno deciso di opporsi con tutte le loro forze. Poco importa che la decisione dello sgombero sia stata presa sia dal Governo sia dalla Knesset (Parlamento) in modo democratico. Essi sperano con le dimostrazioni di massa, aizzando i soldati a non eseguire gli ordini ricevuti, che riusciranno ad imporre un referendum, o le elezioni legislative anticipate per impedire l'attuazione dello sgombero. Essi accusano Sharon di aver agito per ragioni personali per salvarsi dalle accuse di corruzione legate a un'isola greca, e dalle accuse contro suo figlio Omri per la non osservanza della legge sui finanziamenti dei partiti.
È però difficile credere che Sharon abbia messo a repentaglio la sua carriera politica per ragioni così tenui. Ci sembra invece che si possano addurre motivi ben più seri. Anzitutto lasciare la striscia di Gaza è vantaggioso per Israele per non eternizzare una situazione nella quale 8.000 israeliani vivono in mezzo a un milione e mezzo di palestinesi dotati di una crescita demografica galoppante. Inoltre Sharon è riuscito a coinvolgere Shimon Peres e il partito laburista dando così una larga base al proprio governo. I sondaggi danno un quadro confortante: i due terzi dell'opinione pubblica sarebbero d'accordo con lo sgombero, anche se si tratta di una maggioranza silenziosa. Secondo alcuni osservatori si apre la prospettiva di un grande partito di centro che includa il Likud, o quanto ne rimarrà dopo una possibile scissione, i Laburisti, o una parte di loro, e il Shinui di Tomi Lapid. I componenti sono tutti d'accordo per far avanzare la pace coi palestinesi anche a costo di «rinunce dolorose» come ha già annunciato Sharon. Tramontato il sogno del grande Israele, arrivati alla conclusione che sia preferibile separarsi dai Palestinesi anche con una barriera che ha già provato la sua efficacia contro il terrorismo, si potrebbe immaginare una serie di accordi a tappe successive con Abu Mazen che stabilizzi la situazione. Gaza oggi polveriera di giovani disoccupati, ha già molti tecnici bene istruiti di computer che in simbiosi con i centri di ricerca e sviluppo dell'industria hi-tech israeliana, darebbero risultati eccezionali. Già qualche anno fa la Intel ha messo un ingegnere arabo di Nazaret a capo del gruppo che ad Haifa ha inventato il microprocessore Mmx. Certo ci sono anche molti rischi: Hamas nella sua corsa al potere potrebbe riattivare gli attacchi terroristici. E in Israele la lotta fra la democrazia laica e chi esegue gli ordini che ritiene divini, potrebbe spaccare il paese.
*Ex ambasciatore israeliano