La mossa di Silvio: alle urne solo per la Camera

nostro inviato a Seul

Che la riffa del Senato si sia ormai ufficialmente aperta lo certifica la rapidità con cui Berlusconi decide di lasciare il Coex Center di Seul dove si sono appena conclusi i lavori del G20. In Corea del Sud sono da poco passate le quattro del pomeriggio, in Italia è ancora prima mattina. Ma dopo una due giorni alle prese con quelle che dovrebbero essere le ricette per rilanciare l’economia globale - in verità, su guerra valutaria e squilibri commerciali più che di intesa si tratta di un compromesso al ribasso con Stati Uniti e Cina che rimangono lontanissime - il Cavaliere è costretto a prendere la via dell’Airbus che lo riporterà in Italia a una velocità che farebbe invidia al Beep Beep inseguito da Willy Coyote. Con buona pace del cortese addetto dell’ambasciata italiana incaricato di accompagnare i giornalisti nella sala briefing, visto che saranno gli stessi cronisti a comunicargli che non ci sarà alcuna conferenza stampa.
D’altra parte, lo scontro in atto a Roma ha ormai abbondantemente superato i limiti di guardia. E, salvo sorprese, non sembrano esserci soluzioni se non quella del «ne resterà solo uno». Le uniche strade percorribili - che il premier faccia un passo indietro e apra una crisi al buio o che Fini abbassi l’asticella e si «accontenti» di un Berlusconi bis - sembrano infatti impraticabili. Perché della prima ipotesi Berlusconi non vuol neanche sentire parlare - convinto che il passo successivo sia «l’assalto» delle procure - mentre l’ex leader di An ha ormai deciso di tentare l’affondo finale e punta a un cambio della guardia a Palazzo Chigi. Chi debba essere il nuovo premier poco importa, l’unica cosa che conta è che non sia il Cavaliere. Anche a costo di pagare il prezzo politico più alto che ci possa essere - e sul quale gli elettori non faranno sconti quando si tornerà alle urne - e passare alla storia come il killer politico di Berlusconi dopo averne condiviso fortune e vantaggi per oltre 15 anni.
Lo scontro finale, insomma, sembra a un passo. Questione di giorni. E il teatro della sfida sarà con ogni probabilità il Senato. È lì, infatti, che il governo ha intenzione di presentarsi per la fiducia dopo che saranno sostituiti i quattro esponenti del Fli che al più tardi lunedì lasceranno l’esecutivo. Tanto che è proprio a Palazzo Madama che il Pdl presenterà una mozione di sostegno al governo da contrapporre a quella di sfiducia firmata da Pd e Idv alla Camera. La strategia del Cavaliere, infatti, è quella di incassare il sostegno del Senato per passare alle forche caudine della Camera. E potersi presentare da Napolitano - del quale continua a ripetere ai suoi di non fidarsi affatto - con una sfiducia «a metà». Un risultato che - almeno politicamente - implicherebbe un reincarico e allontanerebbe un governo tecnico.
La strada, però, resta impervia. Perché a Palazzo Madama i numeri ci sono sulla carta ma sono in molti a temere che possano mancare al momento del voto, visto che quattro-cinque senatori vengono dati per già persi (tra loro Pisanu e Dini) e altrettanti in ballo. Anche per questo il Cavaliere ha deciso di rientrare in Italia in tempi record, perché è chiaro che si tratta di una partita che dovrà gestire lui in prima persona. Anche perché al momento - spiega un ministro vicino al Cavaliere che si affida a un parallelo calcistico - nessuna previsione è possibile: «1X2». Senza contare l’agitazione del Pdl, dove sono tanti a temere che la Lega possa decidere di «sganciarsi». Nel Carroccio, infatti, è da tempo in corso la lotta per la successione tra Maroni e Calderoli. Con il primo, e Berlusconi lo sa, pronto a qualsiasi ipotesi di governo pur di proseguire la legislatura e il secondo che darebbe il suo placet solo nel caso di un esecutivo Tremonti. Che, sarà una coincidenza, pur essendo anche lui a Seul per il G20 giovedì, non era nella suite del Cavaliere durante le lunghe telefonate notturne con i vertici del Pdl riuniti nell’ufficio di Cicchitto. Quando Berlusconi ha ragionato sulla possibilità che la «variabile» crisi economica si affacci sul quadro politico interno. Se l’Irlanda facesse la fine della Grecia, è stato il suo ragionamento, anche l’Italia rischierebbe ripercussioni. E un governo tecnico avrebbe più chanches.