Una mossa tattica per stanare i nemici

Il vertice di maggioranza del 10 gennaio, allo stato, sembra confermato.
Ma il premier, dicono dal Pd, sembra intenzionato ad evitare che il dibattito si concentri sulla esplosiva materia della legge elettorale, per dirottare tutta l’attenzione sulla «agenda 2008». Ossia su quel grande rilancio della concertazione su salari e contratti che (a leggere le ben informate anticipazioni di Repubblica) dovrebbe diventare - su suggerimento di D’Alema - il volano dei prossimi mesi di governo.
E però, come Prodi ben sa, la legge elettorale resta una bomba ad orologeria che ticchetta sotto Palazzo Chigi. Perchè Veltroni, come assicurano ai piani alti del Pd, è intenzionatissimo ad andare avanti, appena i lavori parlamentari riprenderanno, forte anche dell’autorevole avallo del capo dello Stato al «dialogo».
Lo dimostra anche l’uscita sul sistema presidenziale francese del suo vice, Dario Franceschini, che ha messo in agitazione l’Unione.
Un’uscita che ha molteplici obiettivi tattici: intanto quello di mostrarsi pronti ad aprire un dibattito a tutto campo sulle riforme, anche istituzionali. Cercando così di rassicurare Prodi sul fatto che il Pd non sta cercando il blitz sulla legge elettorale per poi andare subito alle urne. E poi quello di facilitare la futura trattativa, in particolare con Udc, An e Prc: noi vorremmo un sistema francese a tutto tondo, dirà Veltroni, ma siamo pronti a mediare su soluzioni più accettabili. Dunque anche voi dovete fare un passo indietro.
Lo scopo è evitare di rimanere incastrato su quel modello tedesco che piace a Casini e Prc e su cui D’Alema vorrebbe far ripiegare il leader del Pd, recuperando invece i capisaldi «bipartitici» del Vassalum. Infine, il rilancio di Franceschini ha sollevato proteste e contrarietà da tutti i cespugli dell’Unione, nonchè da prodiani di spicco come Rosy Bindi, mettendo in luce «chi sono i boicottatori di ogni tentativo di riforma», spiegano dal loft: esattamente coloro di cui il premier si è fatto paladino.