Alla Mostra arriva il giorno della vendetta

Nel film coreano una ragazza regola i conti con un complice, e quattro ragazzi si trasformano in giustizieri

Maurizio Cabona

da Venezia

E venne il giorno della vendetta. Ieri alla Mostra di Venezia si è lavato il sangue col sangue - com’era accaduto l’anno scorso con Men on Fire di Tony Scott - in Lady Vendetta di Park Chan-Wook (concorso) e in Four Brothers di John Singleton (fuori concorso), rifacimento attualizzato, nella nevosa e desolata Detroit, del solare e desertico western I quattro figli di Katie Elder di Henry Hathaway.
Lady Vendetta è il terzo film d’una trilogia: segue Mr. Vendetta (2002), in Italia apparso solo in dvd (Lucky Red), e Old Boy, presentato al Festival di Cannes nel 2003. Park Chan-Wook è un valido regista, ma incline a rappresentare il sadismo forse per propensione all’eccesso, forse per ambizione all’incasso. Fatti suoi. Fatti nostri sono che Lady Vendetta sottoponga lo spettatore ad atrocità finte, ma dal tremendo fondamento reale. Come sopportare la disperazione di più bambini sul punto d’essere strangolati uno a uno e in effetti lo saranno? Il film racconta d’una ragazza (Lee Young-ae), complice del rapimento di un bambino poi ucciso. Imprigionata per tredici anni, all’uscita lei vuol regolare i conti col colpevole principale (Choi Min-sik), rimasto impunito. Si giunge così alla scena finto-snuff, che deve giustificare la ritorsione dei familiari delle vittime. Poteva bastare un accenno, ma Park Chan-Wook è un meticoloso. Tecnicamente complesso, difficile da seguire se non si è molto attenti al montaggio che porta avanti e indietro nel tempo, Lady Vendetta ha comunque trovate eccellenti, soprattutto quelle sardoniche. Il finale invece è copiato dal rituale di morte di Un borghese piccolo piccolo di Monicelli.
Lacrime e sangue anche per i Four Brothers («Quattro fratelli»), quadro del degrado di Detroit (Michigan), da quando l’industria dell’auto è morta (i torinesi avranno qui un’idea del loro futuro). Già in Bowling a Columbine Michael Moore aveva confrontato la rabbia regnante a Detroit e la serenità della contigua città del Canada, dove nessuno chiude a chiave la porta di casa. Ora Singleton - stesso colore di Spike Lee, ma opposto colore politico - presenta la metropoli sul lago Michigan come suscettibile di un’eventuale catastrofe in stile New Orleans, dove il maltempo innescherebbe soltanto la bomba sociale preesistente. Il freddo quasi polare tiene lontani dalle strade. La Detroit di Singleton sembra dunque deserta, tanto più quando pistole e mitra cantano. Nessuno sbircia mai dalle finestre, tanto meno la polizia, che arriva, quando tutto è finito, a raccogliere chi è rimasto sull’asfalto, sperando che siano proprio tanti. Tanti in meno da fronteggiare con forze esigue: una città in crisi non può pagarsi una polizia in forze. Tale è la preponderanza «militare» della delinquenza, che non si prova nemmeno più a sfidarla, senza un movente irresistibile. Lo è quello che spinge ad agire quattro fratelli adottivi, due di una razza (Mark Wahlberg e Garrett Hedlund) e due di un’altra (Tyrese Gibson e André Benjamin): la loro madre, che li ha salvati dalla strada e dal riformatorio, è stata assassinata. Questo resterebbe l’ennesimo delitto impunito, se i quattro non sembrassero i resti della «sporca dozzina» di un vecchio film di Aldrich. Tortura questo, ammazza quello, s’avvicinano alla verità. Dove non trionfa la giustizia, trionfano i giustizieri. Proprio come Men on Fire, Four Brothers è darwiniano: vinca il più forte. In sala si sono avuti rari mormorii irritati, verso la fine, quando più esplicita diveniva l’«ideologia» del film. Al termine del quale, una volta, il proiezionista avrebbe rischiato; ieri invece tutti sono andati a dormire, stanchi e perfino felici. Non è più il Lido d’una volta.