In mostra al museo dell'Olocausto le ultime opere del Kafka polacco

A Gerusalemme esposti per la prima volta<BR> i frammenti di affreschi dipinti nel 1942 da<BR> Bruno Schultz, lo scrittore e pittore ebreo<BR> che fu ammazzato da un ufficiale delle Ss per<BR> ripicca contro un collega che gli aveva<BR> ucciso un servo

Quasi settant'anni dopo la sua uccisione per mano di un ufficiale delle SS, lo scrittore e pittore Bruno Schultz desta emozione fra gli israeliani: il Museo della Shoah Yad Vashem espone per la prima volta le sue ultime opere grafiche.
Sono frammenti di affreschi, realizzati mentre la sua vita era appesa a un filo, che descrivono un mondo fiabesco. Ma fra gnomi e fate i pennelli di Schultz, in un estremo atto ribellione, seppero insinuare volti cari all'artista, una riproduzione in minimi termini del suo mondo spazzato via dalla guerra. «Si tratta di un caso quasi unico nella Shoah, ossia di un artista ebreo che sia stato costretto a realizzare opere artistiche su commissione di tedeschi» ha detto all'Ansa la responsabile del Museo di Yad Vashem, Yehudit Inbar. «In quella occasione - ha aggiunto - Schultz superò se stesso».
Nato nel 1892 a Drohobycz (nella parte della Galizia oggi compresa nel territorio ucraino), Schultz aveva presto mostrato doti spiccate sia nelle arti figurative sia nella letteratura. Il suo libro Le botteghe color cannella avrebbe scosso decenni dopo lo scrittore israeliano David Grossman (che gli ha dedicato un capitolo nel libro Vedi alla voce: amore). Schultz viene anche definito il Kafka polacco, sia perché tradusse Il processo in lingua polacca sia perché si sentiva in sintonia con intellettuali molto apprezzati dell'epoca fra i quali, oltre allo stesso Kafka, Max Brod e Witold Gombrowicz.
Per quanto terribilmente tragiche, le sue vicende personali ebbero anche aspetti grotteschi. Con l'occupazione tedesca di Drohobycz, durante i rastrellamenti di massa che interessarono la popolazione ebraica, Schultz trovò un provvisorio riparo nella villa di un ufficiale delle SS, Felix Landau. Questi gli ordinò di affrescare la stanza dei figli con immagini ispirate a fiabe. Landau voleva Biancaneve? L'artista ne produsse una bellissima che aveva i tratti della sua ex governante, Adele. Landau voleva un cocchiere alla guida di una carrozza? Dentro alla impeccabile divisa Schultz mise se stesso. Landau voleva i Sette nani? Schultz li disegnò, come richiesto: uno, dotato di una barba fluente, aveva il volto di suo padre. Fece anche una strega: un altro autoritratto del pittore divenuto schiavo. Accadeva così che di notte, quando i figli del gerarca nazista si abbandonavano ai loro sogni, erano a loro insaputa circondati dal piccolo mondo privato di Bruno Schultz.
Il 19 novembre 1942 era pronto alla fuga, essendo riuscito a procurarsi documenti falsi. Ma Landau aveva appena ucciso un ebreo che fungeva da servo a un altro ufficiale delle SS e questi, in ripicca, uccise Schultz. In un'orgia di sangue in quei giorni furono uccisi nella zona 20 mila ebrei.
Gli affreschi sbiadirono e poi, dopo la guerra, furono coperti da uno strato di calce. Tornarono alla luce solo decenni dopo, durante le riprese di un documentario. «Mandammo in Galizia il nostro migliore restauratore, David Shenhav. Il loro recupero fu un'operazione molto complicata», ricorda Inbar. La stampa scrisse allora che la rimozione degli affreschi si era svolta in segreto come un'operazione di commando, che le autorità ucraine era rimaste all'oscuro. Alla fine di febbraio, all'inaugurazione della mostra a Yad Vashem, non è mancato comunque dall'Ucraina il direttore del Museo di Drohobycz, accanto a un commosso Grossman che ha parlato a lungo del proprio debito personale verso lo scrittore ucciso.
Un epilogo che forse Schultz avrebbe trovato degno di un romanzo.