La Mostra si celebra e ripesca il conte Volpi

Il Festival rivendica la sua primogenitura e in «Venezia 75» scorrono le immagini dei divi e dei cineasti di ieri

nostro inviato a Venezia

Fra i Leoni che ruggiscono per i settantacinque anni di storia di una Mostra del Cinema giunta alla sua 64ª edizione, la gigantesca palla ideata da Dante Ferretti per la felliniana Prova d'orchestra se ne sta immobile, pacifica e emblematica come un simbolo nicciano: se la vita è una sfera, e dipende da chi la calcia, da come la si calcia, dal vento che la frena, la trasporta, o la devìa, il cinema non è da meno, metafora di una condizione umana, e quindi finita e fallace, del suo desiderio di immortalità, della sua ansia di sconfiggere se non di fermare il Tempo. A ogni edizione il Festival rinasce dalle proprie ceneri e si scrolla di dosso le polemiche, le critiche e i raffronti che fino al giorno prima hanno congiurato contro di lui: è invecchiato, non ha più richiamo, è penalizzato dagli spazi, è superato, ecco chi è destinato a sostituirlo... E invece, ciak, si gira, si riparte, si rinnova la magia...
Venezia 75, il documentario di Antonello Sarno che ieri ha in qualche modo anticipato l’inaugurazione ufficiale di questa sera, è in fondo proprio questo, un tributo per parole e per immagini a una storia lunga ormai tre quarti di secolo, un modo per dire che la Mostra di Venezia sta agli altri festival come i fratelli Lumière stanno al cinema stesso...
Sarno è un habitué di queste operazioni fra il nostalgico e il cinefilo, dall’omaggio, due anni fa, a Lello Bersani, L'uomo col microfono, a quello, anch’esso presentato ieri, per Enrico Lucherini, Enrico LXXV, tributo al più geniale dei press-agent italiani, venuto al mondo proprio nell’anno in cui la Mostra vide la luce, passando per Ciao Alberto e Bella gente stasera in paradiso, ovvero Sordi e gli attori che ci hanno accompagnato negli anni peggiori e migliori della nostra vita.
Già autore di Venezia 60, ovvero la storia del Festival attraverso i volti delle star che ci erano passate, questa volta Sarno ha optato più che per un cine-clip per un vero e proprio documento storico, con tanto di audio originale degli speaker dei cinegiornali Luce e Incom e di interviste d’epoca. Così sfilano sullo schermo registi e uomini politici, direttori di rassegne e produttori, e naturalmente attori e registi, una passerella sonora che ha la sua conclusione e il suo compendio nelle grida di entusiasmo e di incitamento dei fotografi e del pubblico nei confronti dei divi che affrontano l’obiettivo dei primi, le aspettative sognanti del secondo. Perché poi il cinema è anche questo, un sogno in movimento e la Mostra la cornice che permette il suo avverarsi.
Scandito dalle colonne sonore di Morricone e di Gato Barbieri, di Trovajoli e di Luis Bacalov in qualche modo Venezia 75 rimette il Festival tutto intero nella storia di un Paese: e quindi fascismo e antifascismo, governi democristiani e contestazione, riflusso e divismo. All’inizio della sua storia c’è il conte Volpi di Misurata che difende l’idea del cinema come arte, all’inizio del nuovo corso postbellico c’è un giovanissimo Andreotti che ne sottolinea la dignità e l’importanza... E poi da Rondi a Lizzani, a Pontecorvo è sempre e comunque una difesa accanita delle sue ragioni che si riassume in quel «Viva il cinema» che un Fellini stanco, ma non rassegnato, grida nel ricevere il suo Leone d’oro alla carriera. L’incredibile numero dei grandi nomi presenti, via via succedutisi, mostri sacri come Carnè e Kurosawa, Ford e Godard, Visconti e Bergman, De Sica, Scorsese e Spielberg, volti indimenticabili come Gary Cooper ed Errol Flynn, Orson Welles e Burt Lancaster, Mastroianni, Sordi, Gassman, divine bellezze che si chiamano Bardot, Loren, Bacall, Kelly, tutto congiura a sprigionare un’emozione che va oltre il documento stesso. Le note finali, affidate al malinconico Salutiamoci di Marino Barreto jr, rimandano a un arrivederci e non ad un addio.