Mostri, chimere, sfingi e fiori La città ha un cuore «liberty»

Viaggio tra i tesori dell’architettura dei primi ’900. Un libro di Mario Salvadè. In centro molti esempi di questo stile

Massimo Piccaluga

Ci sono edifici, a Milano, degni di essere ammirati in barba a fretta, traffico automobilistico e umor nero. Il liberty milanese ha avuto nel suo libro d’oro fior di architetti, scultori e decoratori. Tutti artisti del primo Novecento che hanno lasciato in eredità gioielli in calcestruzzo e ferro battuto che non sempre riusciamo a percepire nella selva di cartelli, semafori, pali e paletti che ci circonda. Eppure, quello meneghino, è un liberty importante che si rifà soprattutto al composto e severo Secessionismo austriaco del viennese Otto Wagner.
Furono gli industriali e la nuova borghesia i primi a essere affascinati da statue e ranocchi giganti in cemento e a commissionare agli artisti dell’epoca quelle particolari abitazioni.
«In corso Venezia, via Bellini, via Cappuccini e Spadari - scrive Mario Salvadè nel suo Il liberty a Milano (Mazzotta) - gli edifici dell’Art nouveau si affiancano e si confrontano. Ma anche la zona Magenta e il Centro diventano insieme alla zona Venezia i quartieri d’elezione del liberty milanese».
Impossibile elencare in poche righe i molti palazzi in stile floreale presenti in città. Tra i più suggestivi merita una sbirciata Casa Morganti, in via Barozzi 2. Fu costruita nel 1913 su progetto dell’architetto Mainetti. La sua facciata è ibrida mentre all’interno è visibile una geniale scorribanda di ferri battuti, decorazioni e cancellate eseguite da Alessandro Mazzucotelli, il fabbro-scultore che collaborò coi grandi dell’Art nouveau. E, a proposito di ferro battuto, l’opera più geniale di Mazzucotelli è l’impareggiabile intreccio di foglie e tralci presente sulla facciata di Casa Ferrario in via Spadari 3/5. Sosta obbligatoria invece in via Bellini 11 di fronte al palazzo progettato nel 1904 dall’architetto Alfredo Campanini: gli esperti parlano di uno «stupefacente amalgama tra sculture e impianto architettonico». In effetti le statue che abbelliscono la casa hanno una morbidezza mai eguagliata da nessun’altra opera «commerciale» di quel periodo. Ma il più eccentrico e complesso esempio di liberty milanese è in quello scorcio di Barcellona che si trova in via Cappuccini 8, all’angolo con la via Vivaio. Qui sorge Palazzo Berri Meregalli progettato dall’architetto Arata e costruito nel 1913. L’edificio è un eccezionale incrocio tra gotico, Coppedè e modernismo catalano alla Gaudí. Una «miscela» che si risolve in un equilibrio stralunato e suggestivo per invenzioni e uso di materiali: vedere per credere.
Anche in via Gioberti 1, zona Castello, brilla per originalità Palazzo Donzelli, costruito nel 1903 su progetto di Ulisse Stacchini. L’artista milanese, celebre per l’uso sistematico di elementi e materiali diversissimi tra loro (sue le decorazioni e il progetto «assiro-babilonese» della Stazione Centrale) scelse tre diverse tipologie di balconi. Ma il gusto di Stacchini per i particolari è rivelato anche dalle decorazioni in maiolica che collegano le finestre dell’ultimo piano e le balaustre disegnate. Nel «floreale» milanese ci sono anche mostri e chimere, cariatidi e sfingi: sebbene costruite in cemento sembrano arrivarci da civiltà remote. Per vedere tutto questo bisogna spostarsi in via Mascheroni, 20. Statue egizie a sostegno della balconata; mostri cinesi e doccioni a forma di giganteschi ranocchi attaccati agli spigoli dei bow-window sono suggestioni firmate dall’architetto Tenca e dall’ingegner Chiappa nel 1914.
Il liberty milanese è famoso per aver dato armonia anche alle pareti d’angolo dei palazzi. Casa Galimberti, situata in via Malpighi, 3 e progettata nel 1905 dall’architetto Bossi, ne è un esempio. Per accorgersene basta raggiungere l’incrocio con la via Sirtori e lasciare scorrere lo sguardo verso l’alto. Le figure femminili ritratte al primo piano aggiungono «libertà decorativa» a tutto l’insieme.
Un anno dopo, sempre in via Malpighi ma al numero 12, vedeva la luce un altro gioiello floreale del Bossi: la Casa Guazzoni dove cemento e ferro costituiscono insieme struttura e decorazione. Prerogativa di questa opera sono gli effetti decorativi che si alleggeriscono mano a mano che lo sguardo procede verso i piani alti della facciata.
Il mini-viaggio nel liberty milanese si può concludere con una sosta nei pressi del giardino e della facciata della clinica Columbus, in via Buonarroti, 48 che fu già Villa Faccanoni e poi ancora Villa Romeo. L’edificio, progettato da Giuseppe Sommaruga, possiede una sorprendente varietà compositiva nelle finestrature, insieme a alcune sculture di Ernesto Bazzaro e allo splendido disegno delle cancellate opera, naturalmente, del prolifico e geniale Mazzucotelli.