Tra mostri e incubi va in crisi la coppia borghese

Patrizia Milani e Carlo Simoni splendidi interpreti di «Danza di morte», tragedia grottesca di Strindberg. Un dramma d’anime e corpi che ha influenzato Joyce

Enrico Groppali

Anche se in tempi e in modi assolutamente autonomi si assiste a un ritorno a Strindberg sulle nostre scene. Cominciato la scorsa stagione col Padre firmato da Castri, proseguito un mese fa con la riproposta di Signorina Giulia in un’edizione anticonformista e attualmente confermato dal ritorno di Danza di morte, uno tra i testi più complessi ed imitati dell’analista dello sfacelo borghese. In cui, parafrasando Ibsen e la solitudine della Donna del mare, l’autore immagina che su un’isola battuta dai venti un Capitano di lungo corso e sua moglie, di professione ex attrice come Harriet la terza signora Strindberg, si affrontino senza esclusione di colpi in un duello cui porrà fine la scomparsa di uno dei contendenti.
In un terribile excursus di dati autentici e fatti immaginati ad uso e consumo dell’altro che si vuole abbattere cui presta mano involontariamente un cugino della donna. Il quale, emerso come un topo di fogna dall’inconscio dei protagonisti, verrà letteralmente sbranato salvandosi in extremis con una fuga che sa di resa incondizionata all’esasperato passo a due degli avversari in lotta per il suo possesso. Ora questo dramma d’anime e di corpi che condizionò persino Joyce nella stesura degli Esuli, diventa nell’accurata impaginazione di Bernardi e dello scenografo Gisbert Jaekel che punta vistosamente le carte sulla reclusione della coppia nel circuito ad alta tensione della torre, arena deputata per eccellenza allo scontro con quei minacciosi fori circolari affacciati sulla battigia da cui entra fioca e malata la luce spettrale dell’inferno nordico, viene riproposto in un’edizione per più versi atipica e singo- lare. Dove, nella prima parte, lo spettacolo oscilla compiaciuto verso un grottesco con venature tragicomiche nei toni di un vaudeville fin troppo accentuato e sopra le righe nella recitazione di Bonacelli che, memore dei Witkiewicz di Missiroli, prende il sopravvento mettendo in difficoltà i compagni giustamente assorti, per merito del regista, nei toni intimisti previsti dall’autore. Mentre nella seconda parte dove predomina, accanto al livore asciutto e pacato di Carlo Simoni che centra da par suo il personaggio del succube squassato dai mostri, una Patrizia Milani semplicemente perfetta sia come ape regina dell’intrigo che come vittima dell’oppressione coniugale, anche Bonacelli recupera quel tragico cui si era volutamente sottratto restituendo all’allestimento la composta sacralità di un rito di sala squassato dal suadente sadismo che ancora soggioga e turba la platea di questo spettacolo da ricordare e raccomandare.

DANZA DI MORTE - di Strindberg Teatro Stabile di Bolzano. Regia di Marco Bernardi, con Paolo Bonacelli, Patrizia Milani, Carlo Simoni. A Trento da giovedì a domenica. A Bologna dal 24 al 28 gennaio.