Mosul, la città dei nuovi martiri

L’ultimo l’hanno fatto fuori venerdì. Era un farmacista, un cristiano come gli altri. «Un uomo in borghese gli ha mostrato un tesserino, forse un distintivo della polizia e, un attimo dopo, ha tirato fuori la pistola, gli ha sparato in faccia ed è fuggito». È l’ultimo assassinio raccontato da Khisroo Koran, vicegovernatore della provincia di Nineveh, a Nord dell’Irak. È l’ultimo drammatico resoconto della violenza che costringe alla fuga i cristiani di Mosul. Il Papa ha atteso fino a ieri per denunciarla, ma la persecuzione divampa da cinquanta giorni, è costata la vita a 14 persone e ha costretto migliaia di cristiani a rifugiarsi nei villaggi a Nord est del capoluogo.
L’accorato grido d’allarme di Benedetto XVI, seguito dalla promessa di «azione immediata» del premier iracheno Nouri Al Maliki, sembra ottenere risultati. Dopo l’ultima tragica settimana costata sette vite umane, dopo l’uccisione di un ragazzino di 15 anni freddato con due colpi alla testa, dopo il pogrom di sabato notte e la distruzione di tre case fatte saltare a colpi di tritolo, la polizia ha sguinzagliato mille agenti nei quartieri cristiani di Mosul. Questa prima reazione non basta a restituire sicurezza e a far tornare gli sfollati. I cinquanta giorni di violenza non hanno seminato soltanto paura, ma anche pesanti sospetti. Troppe volte gli assassini hanno approfittato di un clima di totale, inerte indifferenza. Troppo a lungo polizia e forze di sicurezza hanno assistito senza intervenire. «Questa è un’autentica campagna di pulizia etnica fatta di minacce e assassini», accusava venerdì il vescovo caldeo di Kirkuk Louis Zako. «Per troppo tempo non abbiamo visto alcuna reazione da parte del governo, per questo abbiamo alzato la voce - spiega al Giornale il suo assistente, monsignor Shleimon Warduni - ora aspettiamo di capire cosa succederà nei prossimi giorni».
Dopo le prime violenze di fine agosto, molti esponenti cristiani pensarono a un ritorno delle cellule di Al Qaida responsabili, a marzo, del rapimento e dell’uccisione del vescovo caldeo di Mosul, Paul Faraj Rahoo. Nelle ultime settimane molti, però, hanno iniziato a denunciare le forze di sicurezza accusandole di complicità. Anche perché fino a ieri nessuno ha mosso un dito per fermare mandanti ed esecutori. L’odio cresce da quando la minoranza cristiana è scesa in piazza per protestare contro la nuova legge elettorale, varata dal Parlamento, il 24 settembre. Grazie alla nuova norma, che prevede una quota rosa per le donne ma non per gli 800mila cristiani iracheni, la minoranza sarà cancellata dal Parlamento e perderà ogni rappresentanza politica. Proteste e manifestazioni non sono però piaciute né ai sunniti di Mosul né ai curdi che controllano i territori circostanti. Da allora le violenze hanno colpito in un crescendo i quartieri cristiani. Da allora qualcuno ha deciso la condanna a morte dei cristiani di Mosul.