«Moto perpetuo» tradito dalla sua voglia di stupire

Riccardo Signori

Quel giorno, il giorno del record, disse: «Sono il migliore dei migliori». Chissà cosa intendeva? Quali migliori? Quelli a benzina truccata? Justin Gatlin è tornato il bamboccione troppo eccitato che nessuno sapeva frenare, nel bene e nel male. Un baby speed che cominciò a far gare già nella pancia della mamma. E lei a raccontare al marito: «Questo bambino ha preso la mia pancia per una pista d’atletica». Aveva visto giusto, senza intuire la fine del racconto. La conclusione della storia potrebbe essere questa: un eccesso di troppo. A 24 anni, forse, è già tutto finito. C’è da credere ancora a Trevor Graham, il grande trafficone che ha messo mano o manomesso il meglio dei siluri di terra americani degli ultimi dieci anni? Ora urla che qualcuno gli ha rovinato il gioiello, ma capitano tutte a lui. E Justin Gatlin prende posto nella galleria dei grandi truffatori. Aveva rischiato di finirci cinque anni fa, quando venne squalificato due anni per un farmaco entrato nei ricordi di famiglia: si chiamava Aderall e un medico glielo aveva prescritto per equilibrare un deficit d’attenzione che lo portava al disordine comportamentale, trasformato in iperattività.
Justin era un bambino strano, a casa lo chiamavano «moto perpetuo». Ha provato di tutto per raffreddare i suoi istinti. Non a caso l’hobby prediletto era quello di correre saltando gli idranti. Prima dell’atletica, ha tentato con il nuoto, il football, il basket. Ma non aveva un gran fisico e, ormai, negli Stati Uniti gli scarti si dedicano all’atletica, chi è bello e strutturato fa gola agli sport professionistici più ricchi.
Gatlin ha due occhi che sembrano palle di fuoco e dicono tutto sul suo rapporto con il mondo. Ora il fisico è quello di un ercolino, più credibile però dei Ben Johnson e compagnia gonfiata. La sospensione del 2001 venne attenuata da un’inchiesta, durata sei mesi, che lo rese meno sporco della compagnia dei banned: passò l’idea che quella medicina, presa per 10 anni, fosse doping ma non così colpevolizzante. E quando riprese a correre divenne davvero quel siluro che Vince Anderson, uno dei suoi allenatori, aveva intravisto: «Justin potrebbe essere uno dei migliori sprinter mai visti». L’allievo ci ha messo poco a dargli ragione, a costo di lasciar da parte l’altra faccia del suo talento: la vena artistica. Suonava piano e sassofono, ha chiuso in un cassetto l’idea di continuare lo studio delle arti grafiche. Meglio correre: forte e subito. Corsa piana, dopo aver provato i 110 ostacoli ed aver fatto gare di ogni genere per aiutare la squadra del college: 100 metri, 110 ostacoli, 300 ostacoli, salto in lungo. Bastava sprigionare potenza e vivacità.
Da tutto questo è nata quella perfetta macchina da corsa che negli ultimi due anni è diventato davvero il campione dei campioni: oro olimpico, titolo mondiale, record del mondo il 12 maggio a Doha, con quel centesimo di abbuono che, poi, un miglior controllo del cronometraggio gli ha negato. Troppa grazia per uno che aveva già ricevuto grazia prima dei campionati del mondo di Helsinki. Gli americani misero in cantina la dura legge dei Trials pur di non privarsi dell’ultima loro palla di cannone. Ingannato da una partenza sbagliata, come Thorpe nei trials australiani del nuoto, Gatlin è stato salvato da un’eccezione ai regolamenti. E tanto gli è bastato per andare a Helsinki e ripagare tutti per la fiducia. Quel giorno riuscì a battere perfino Carl Lewis che, su quella pista, aveva vinto nel 1983: 9”88 contro 10”08 grazie a quel suo schizzare da gattone affamato, l’arrancare potente a testa bassa, 2 metri e 40 per ogni passo, 42 passi per sbranare 100 metri: quasi un’opera d’arte della corsa. Quest’anno, prima e dopo il record, Gatlin ha corso infilando temponi da lasciar a bocca aperta. L’anno scorso raccontò: «Se in giro c’è una medaglia d’oro, io la voglio vincere». Chissà, compresa quella dei truffatori.