Il motore che gira

È cambiata l'aria anche nell'economia: aria di ripresa, sintomi incoraggianti. Questa netta impressione, anzi questa realtà, emerge da una serie di elementi che la registrano in presa diretta, sentendo il polso degli operatori, cioè il motore vero di ogni ripresa già in atto sotto la superficie delle statistiche.
Innanzitutto, i mercati borsistici del mondo intero, con l'eccezione di quelli orientali, stanno procedendo a pieno ritmo. La Borsa italiana partecipa a questa spinta in buona posizione e con grande slancio, toccando significativi record in questi primissimi mesi dell'anno. Non siamo alle rischiose effervescenze degli anni '90, sul filo ormai declinante della new economy e della bolla speculativa di quell'epoca, praticamente alla vigilia dell'11 Settembre. È un movimento più equilibrato verso i massimi, legato sia alla realtà economica (ai suoi «fondamentali») sia alla fiducia nella dinamica di certi settori, come in Italia quello bancario davanti a nuovi inevitabili progetti di aggregazione nel quadro europeo.
In effetti, in Europa gli indici borsistici sono in costante progresso: un ciclo positivo alimentato dalla fiducia tornata fra gli investitori. Piazza Affari è ai massimi dal 2001, con un aumento di oltre il 4,75 per cento dal primo gennaio. Anche questo è un segno che l'economia non si rinnova e accresce la sua efficienza e la sua competitività nei periodi di bonaccia quando tutto è apparentemente facile, a portata di mano senza grandi sforzi di miglioramento, senza innovazioni e senza la morsa della concorrenza e della necessità di lottare. È vero esattamente il contrario, è nelle fasi di recessione che l'economia si trasforma per ragioni vitali, per affrontare mercati difficili con assetti diversi, anche per eliminare le imprese che non ce la fanno.
Ecco perché adesso si avverte che l'aria è cambiata, spira un vento di autentica ripresa: in realtà già impetuosa in molti settori, aree industriali e distretti manifatturieri. È cambiata anche l'aria della fiducia fra imprese e politica. Certo, si cerca di contrastarla con fuochi di retroguardia, sottolineando per esempio il dato negativo della bilancia commerciale con l'estero nel 2005, il peggiore dagli anni '80 (- 10,3 miliardi). Ma tutti vedono che il risultato è dipeso esclusivamente dal caro-petrolio: al netto di queste voci il saldo della bilancia sarebbe stato positivo. Il Made in Italy è cresciuto, il turismo straniero si sta risollevando. E allora? Ci prendono un po' per il naso.
Ma per sondare la vena profonda dell'economia italiana credo che niente avrebbe potuto essere più efficace del reportage che il Giornale ha dedicato ieri all'industria manifatturiera bergamasca, ascoltando i suoi maggiori esponenti. In una delle province più industriali d'Italia, con un tessuto di piccole e medie imprese familiari superiore però per dimensioni alla media nazionale, la tendenza della produzione non segnava da qualche anno un'impennata così forte, come a fine 2005 con una crescita del 2,4 per cento, dovuta alle esportazioni. Dimentichiamo troppo spesso e volentieri che il grosso delle nostre vendite all'estero va verso l'Europa, dentro l'Europa, non verso i mercati extra-europei. La Germania, che è il primo mercato di sbocco, sta riprendendo lena e la domanda si fa più sostenuta. Ecco quindi un boom che piccole e medie imprese attente alla concorrenza gestiscono con una certa sicurezza e, nello stesso tempo, fra non poche difficoltà. Anche richiamando sul territorio nuove attività di eccellenza, laboratori, ricerca.
Per fare tutto questo le imprese hanno soprattutto bisogno di essere liberate dai nodi più soffocanti sul territorio, di avere finalmente una viabilità e infrastrutture di collegamento efficienti e assolutamente vitali, trascurate da troppo tempo. Toccherà allo Stato, alla Regione, a tutto il sistema lombardo rimediare con urgenza, con i fatti. Ma c'è da stupirsi se, di fronte a questa paralizzante situazione, l'industria bergamasca per esempio farebbe anche a meno, per adesso, del Ponte di Messina: pur di non impiegare un'ora e un quarto fra Pero e Agrate (su un'infernale tangenziale milanese)? Il Ponte è un'opera epocale. Si farà. Ma di sicuro non si possono fermare, nel Nord, le locomotive dell'industria.