Motown, i 50 anni di chi ha cantato l’America

Compie mezzo secolo l’etichetta che ha stampato i dischi dei più famosi cantanti dell’ultimo scorcio del ‘900 e i discorsi di Martin Luther King

C’era una volta il sogno americano, c’era una volta l’afro-americano che sbarca negli States con pochi soldi in tasca e una valigia piena solo di speranze. C’era una volta l’America che cantava il rythm ‘n blues, c’era una volta l’America nera, non noir. C’era una volta, ieri come oggi, l’etichetta Motown, un pezzo di storia d’America in musica e in parole. C’era una volta, il 12 gennaio 1959, un giovane che si chiamava Berry Gordy, afro-americano dalla volontà di ferro, viveva a Detroit, Michigan. Chiese un prestito di 800 dollari alla famiglia e fondò un’etichetta originariamente denominata Tamla records. Quella che presto divenne Motown.

Oggi sono passati quasi cinquant’anni da allora e la Motown resta un segno e un simbolo. Dopo quell’avvio, Gordy piazza il suo primo singolo in classifica, era “Come to me” di Mary Johnson. Di lì a poco quell’azienda a conduzione familiare sforna tre hit da primi posti: “Shop around” dei Miracles, “Money” di Barret Strong e “Please Mr Postman”, come la precedente poi cantata dai Beatles.

Il “Motown sound” aveva fatto breccia nelle abitudini e nelle orecchie americane, era diventato qualcosa in più di un semplice marchio discografico e, con l’andare del tempo, divenne la base dell’orgoglio nero, ne mise in musica le loro radici culturali, divenne un fenomeno di costume e di cultura assieme. Laddove non si capiva dove finiva una e cominciava l’altra.

Il momento più alto fu toccato il 23 giugno 1963. Martin Luther King, il pastore evangelico che sarebbe stato ucciso a Memphis cinque anni più tardi, si apprestava a fare il suo discorso più famoso in vista della marcia su Washington: “I have a dream”. Tutti avevano un sogno. Motown diede corpo e vita a quel sogno e a quelle storiche parole incidendo il sermone del pastore nero più famoso d’America. Dopo il suo assassinio la Motown bissò: alle stampe fu dato anche un altro discorso, meno celebre del precedente, ma altrettanto importante, “Why I oppose the war in Vietnam”. Finirono per diventare pezzi storici, oggi rarità non solo per appassionati.

Poi fu la volta di Smokey Robinson, i Tenptation, le Supremes, Lionel Ritchie, i Commodores. Ma vennero anche voci celebri come quelle di Diana Ross, Michael Jackson, Stevie Wonder, Marvin Gaye. Tanto per nominare i più famosi. “The sound of young America” come venne soprannominata la Motown è viva tuttora (benché affiliata alla Universal) e si appresta a festeggiare il suo primo mezzo secolo. Lo farà nel 2009 ristampando 280 album originali, rimasterizzati con molti inediti in aggiunta. Si parte già oggi 28 novembre con “Motown 50-Yesterday, today forever”. Sarà come tornare indietro nel tempo, quando il sogno americano era un’idea, o forse uno stile di vita, quando l’impresa di un afro-americano non poteva immaginare che, cinquant’anni dopo aver fondato quell’etichetta, un afroamericano sarebbe salito proprio in quei giorni alla Casa Bianca...