Mou diventa serafico Carletto fa le smorfie abolito il calcio isterico

SCACCO Mossa ispirata quella di far entrare Balotelli a cui Josè spiega il copione

La puzza di complotto svanisce di colpo nell’aria pulita dello stadio Meazza di Milano. Mai visto Josè Mourinho così bello sereno, come uno studioso d’arte che osserva un quadro d’autore, lo contempla, prende appunti, riflette, si alza per meglio guardare, riprende il proprio posto, ogni tanto scatta in piedi come a protestare perché qualcuno gli ostacola la vista. Carlo Ancelotti, detto ancora Carletto nonostante l’anagrafe datata e i chilogrammi abbondanti, mantiene la postura di uno scolaro dei favolosi anni Sessanta, braccia conserte, golfino blu a girocollo su camicia bianca con rigorosa cravatta, alle sue spalle c’è un paciarotto Ray Wlikins più rotondo che alto, centrocampista ragioniere (square passes dicono gli inglesi) che fu dello stesso Chelsea, della nazionale inglese, del Milan di Farina. Riferiscono le spie di spogliatoio che i due si siano scambiati una stretta di mano e viene usato addirittura l’aggettivo affettuoso, direi con mucho azzardo considerata l’opinione che lo special one ha del suo sodale erede a Londra e, idem come sopra, per i pensieri che nutre il ragazzo di campagna reggiana nei confronti del bell’uomo di Setubal. Quando Diego il Principe Milito segna il gol la panchina interista segue il copione da repertorio e invade il terreno di gioco, per festeggiare stavolta ma il vate resta immutato e immutabile, fa il becco, la bocca come Paperino, sembra aver appena gustato un buon cioccolatino o un bicchiere di Porto, con tutti i profumi della terra sua.
Ancelotti non usa mai giri di parole per andare alla sostanza del suo dire. Se deve spiegare un risultato al termine di una partita sofferta ripete come un bambino che ha imparato a memoria la cantilena: ”Articolo quinto: ha ragione chi ha vinto”. Infatti il suo comportamento nei primi tre quarti d’ora non presenta smorfie, strilli, pose teatrali. Osserva e assorbe anche quando l’arbitro spagnolo sarebbe da panolada ma stavolta dai gradoni del Meazza non vengono sventolati i rotoli di dieci piani di morbidezza, alla morbidezza provvede Mejuto Gonzales, i londinesi non danno da matti, non aggrediscono, non spingono l’arbitro, il loro allenatore resta ai margini nella posa identica, come prima più di prima, non pesa a una conspiracy, al complotto, mentre il portoghese, dieci metri più in là, è una educanda, con il bavero del cappotto alzato, elegante la fattura, raffinato il taglio, bordure di pelle lungo il colletto e le maniche, la classe non è acqua e Josè sa benissimo vendere il prodotto. Così la sua Inter scalda i cuori di un popolo che aspetta finalmente l’impresa da una vita, da quando Josè aveva un anno e mezzo e per lui, nato con il culo al sole come dicono dalle parti sue, madre e padre immaginavano un futuro da pianista. In verità quando è l’ora di Balotelli ecco che il mancato pianista diventa insegnante che era il mestiere della madre sua, Maria Julia. E allora spiega, illustra e lo scolaro ascolta, compìto, fino a quando il professore non lo piglia per la maglia, non lo strattona, non lo scuote per spiegargli che è, deve essere la sera, la partita sua. Il ragazzo non reagisce, capisce, riaggiusta l’indumento slabbrato, sistema il pantaloncino e va.
Ancelotti e il suo clan, nel senso la panchina del Chelsea, avevano appena fatto in tempo a esultare per il pari che gli interisti li hanno rispediti al banco, seduti e zitti.Quando è toccato a,lui effetturae una sostituzione ha chiesto aiuto al badante, Paul Clement, assistente tecnico e traduttore. L’altra partita, tra i due allenatori intendo, resta un’opera a metà, incompiuta, Mourinho conferma il suo record clamoroso di imbattibilità interna che dura da quando è stato inventato il calcio, Ancelotti viene via da Milano con un risultato che significa molto ma non tutto, Londra ha sancito la gloria mediatica del portoghese, Londra, nella partita di ritorno, dovrà dare la sentenza, calcistica e non pubblicitaria, senza appello.
Ma ieri sera la Champions ha restituito immagini normali di calcio, nessuna isteria dei suoi interpreti, forse perché le cose sono andate come si voleva, forse perché l’arbitro non fa parte del circo nostrano, forse perché alla fine essere normali è più bello. Spero lo abbia capito anche Josè Mourinho detto Mughigno, Ancelotti lo ha capito dalla nascita e alla normalità serena ha fatto l’abitudine, anche quando gli davano del maiale. Alla prossima.