Mou-Mazzola, che duello da Champions

nostro inviato ad Appiano Gentile

È una specie di satrapo moderno. Decide la formazione e sceglie il menu, impedisce ai collaboratori di rilasciare interviste, ascolta tutti poi fa a modo suo, è supponente, aggressivo, permaloso, non sa perdere, neppure vincere, provocatorio, irrispettoso, provinciale, vanitoso, un ultrà travestito da allenatore, il più pagato. E c’è dell’altro: l’Inter con lui è alle prese con la peggior striscia di risultati della sua storia europea e l’ultima vittoria casalinga risale a quattordici mesi fa quando piegò l’Anorthosis Famagosta per 1-0. Ma ciò che aggrava maledettamente la sua posizione è che dichiara apertamente tutto ciò, corregge alla virgola il suo stipendio, dichiara di non temere esoneri perché lui è lui e ha la fila sull’uscio di casa. Insomma, accidenti, non è un ipocrita.
La notte del 16 settembre, data di Inter-Barcellona 0-0, Josè è uscito dal romanzo ed è entrato nella centrifuga. E dopo tre mesi durante i quali si è sentito dire che Laurent Blanc ha già preso casa nello stesso appartamento di nove anni fa, sua moglie ha disdetto l’affitto della villa sul lago, il figlio ha salutato gli amichetti di scuola, i dottori gli fanno la guerra, Moratti con lui non prende neppure un caffè e il quarto uomo fa la spia a Saccani, ecco che Josè sbarella.
E lo fa a modo suo.
Ieri ennesima conferenza epica: come tenere tutti in silenzio rispondendo solo non ho capito la domanda.
Facendo anche fumare le orecchie al più compassato degli astanti. A Josè non piace moltissimo sentirsi dire che ha perso perché lui pensa che le cose non stiano in questo modo, in realtà lui non è riuscito a vincere, è diverso. Non sono sfumature. Scusi, ecco il Rubin, c’è timore? Com’è il morale? Psicologicamente come state?
Josè faccia da schiaffi guarda e fa: «Vinciamo noi. Non pareggiamo, vinciamo». C’è qualcuno che voleva una risposta differente? Che la partita è tosta, loro sono bravi con le ripartenze, hanno velocità, chiudono gli spazi e sanno fare le diagonali?
Mazzola ha detto che se non passa il turno, lei verrà esonerato. Scusi, cosa ne pensa delle dichiarazioni di Mazzola?
«Cosa fa Mazzola?».
È stato un grande...
«No, no, dico, adesso cosa fa Mazzola? L’opinionista? E poi firma anche gli assegni per conto del presidente?».
Ma lei ritiene che il suo futuro all’Inter sia legato a questa partita?
«Non ho capito la domanda».
Una volta dichiarava la formazione, adesso Josè invita a chiederla a quelli che spiano gli allenamenti scalando gli alberi, nascondendosi fra i cespugli o attrezzandosi con i binocoli: «Chiedetela a loro. Nessuno dei miei assistenti la conosce, è qui nella mia testa, la so solo io».
È qui che Josè mette paura, è qui che non è più lui. Isolato, sospettoso, triste. E perfino quel gruppetto di fedelissimi che entra con lui nella sala delle conferenze assume un aspetto sinistro. Josè sta subendo le medesime centrifughe che hanno subito quelli che lo hanno preceduto. Prima le reggeva e ne usciva alla grande. È come Supermario, sfida tutti, così Mazzola gli ha replicato che farebbe meglio a rispondere sul campo: «E poi dovrebbe informarsi meglio, anche se per una parte infinitesimale - lo ha corretto -, anch’io contribuisco a pagare il suo stipendio, visto che sono azionista dell’Inter e della Saras». Questa sembra solo la vigilia incasinata di una notte buia e tempestosa. Se esce altro che Juve-Inter 2-1, è l’apocalisse. Sneijder gioca e magari davanti ci sono Balotelli, Milito, Eto’o. Sarebbe una grande mossa, picchiare duro e giocarsi la qualificazione senza tatticismi, senza ricorrere a Materazzi centravanti. Josè può arrivare primo o uscire dall’Europa, anche quella più piccola. È il calcio che ha scelto.