Mou&Carletto, i due opposti che non riescono a stare lontani

«Se io e Mourinho non abbiamo un buon rapporto, questa partita può diventare un’opportunità per recuperarlo. In passato ci sono stati dei problemi e delle discussioni ma niente di veramente importante».
I due si amano, diciamolo, non possono fare a meno l’uno dell’altro, si sono cercati, studiati, annusati per una vita e una bella stagione fa si sono trovati, uno di qui e l’altro di là, venti metri scarsi e una riga di metà campo a dividere le panchine. Ma quando due sono fatti l’uno per l’altro, niente li può separare, tanto che un giorno Ancelotti ruppe timidamente gli indugi: «Se mi invitasse, andrei volentieri a seguire una sua seduta ad Appiano Gentile», era marzo della stagione scorsa. Un chiaro segnale di affetto, una ricerca di amicizia, qualcosa molto più forte di Facebook. Ma Josè non lo ha mai invitato.
Ecco, questo aspetto del portoghese a Carlo non è mai andato giù, questo bisogna segnalarlo. Anche lui non è mai stato uno da grandi slanci, carattere un po’ così, però un piatto di minestra Ancelotti non lo avrebbe mai negato a nessuno e questo rifiuto, diciamolo pure senza peli sulla lingua, gli ha dato fastidio. All’inizio ha finto di non prenderla come un gesto irriguardoso nei suoi confronti ma poi, a mente fredda, ha capito che gli fregava zero se Josè non lo invitava ad Appiano, a Milanello hanno sempre fatto un buon gelato e a lui sono sempre bastate poche cose fatte bene. E siccome Josè in qualche modo gli aveva risposto che da lui si poteva anche fare un salto ma senza esagerare, un paio d’ore e poi tutti a casa, Carlo quel giorno lanciò un anatema che resterà indelebile nella carriera di Josè: «Mourinho - disse Ancelotti alzando il sopracciglio -, dice cose inutili». Una botta per chi digerisce le critiche sulle sue capacità da allenatore solo perché vengono celebrate quelle da comunicatore.
Poi si sa, il tempo cancella e Josè, ripensandoci, si rese conto che Ancelotti aveva proprio ragione, lui diceva cose inutili. Ma le diceva anche l’altro, i due si sono sempre dati conforto: «Vorrei allenare la Costa d’Avorio», confessò Carlo in quei giorni, un desiderio che fece comprendere a Josè tutta la solidarietà nei suoi confronti dell’amico. Ma poi seguì un periodo che neppure i migliori agiografi sono riusciti a decodificare e contestualizzare. Capita, improvvisamente presero le distanze, tipico litigio da gelosia acuta, Mourinho aveva parlato di Beretta: «Chi è questo Barnetta?», e forse Carlo si era risentito: «Io ho già detto che di Inter e Mourinho non parlerò più - fece Ancelotti -. Consiglio a lui di non parlare più del Milan. Non vale la pena, non serve».
Intanto quel lui buttato lì, talmente impersonale, a Josè aveva fatto molto male. E poi c’era quest’altra replica che lo aveva ferito: Josè durante una trasmissione televisiva s’era spinto un po’ troppo su, paragonandosi al Padreterno. Ci sta, anzi gli amici più intimi si erano stupiti che avesse improvvisamente trovato qualcuno da ritenere suo pari. Ancelotti, tipico di quelle coppie che dopo tanto amore s’avvelenano, replicò stizzito: «Se lui si crede Dio, sappia che io non sono un suo apostolo». Del resto Carlo era diventato l’allenatore del Chelsea e ora si sentiva molto più autorizzato a cantarle a quel moccioso, ben quattro anni in meno. Dammi Carvalho, Deco e Drogba. No, scordateli. Dispetti su dispetti. Stando a Londra s’è fatto puntuale nelle bacchettate, gliene ha tirate in serie, per esempio quando Josè disse al buon Celi che fischiava sotto effetto della paura durante Inter-Samp, Carlo commentò: «Gli ha mancato di rispetto, se aveva paura era perché era sotto pressione e in quel caso evitare certi comportamenti come il suo, aiutano a superarla». Per Josè una provocazione, uno psicologo che prende dritte da un ex centrocampista non si è mai visto e poi c’era quella dichiarazione fatta appena messo il fondoschiena sulla panchina del Chelsea, la sua ex panchina: «Non conosco nessun Special One». Adesso Josè gliela farà vedere e complice la mano di Emiliano Butragueno, tornerà a Stamford Bridge. Ancelotti lo ha già avvisato: «Non sono e non sarò mai pronto a giocare partite mentali, preferisco quelle di calcio. Per lui sarà una partita molto emozionante, ha fatto un grandissimo lavoro qui e giocare contro il Chelsea non gli sarà facile, i giocatori gli sono legati ed è normale». Un omaggio? No, un tranello: «Mourinho ha fatto grandi cose per noi - ha affermato l’ad dei londinesi Ron Gourlay -, ma abbiamo preso Ancelotti per portarci a un livello ancora superiore». Per Josè è già stato superato il limite.