Moulin Rouge, intramontabile mito parigino

Dopo 120 anni continua immutato il successo del celebre teatro decantato da Toulouse Lautrec, tra ballerine, lustrini e champagne

Centoventi anni e non sentirli. È l'intramontabile mito del Moulin Rouge, il teatro regno del can can che a Parigi, nel cuore del quartiere di Pigalle, continua ad attirare il grande pubblico come a bei tempi. «Le crisi passano, il Moulin Rouge resta» dice con una punta di orgoglio Fanny Rabasse, portavoce del celebre teatro. E i dati le danno francamente ragione, visto che il teatro registra il quasi tutto esaurito 365 giorni all'anno. Cero, sul palcoscenico qualcosa è cambiato e le coreografie d'antant hanno fatto posto al balletto contemporaneo con tanto di effetti speciali. Ma l'atmosfera, quella decantata nei disegni di Toulouse Lautrec, sembra essersi fermata in un tempo immobile, tra le ballerine in giarrettiera e i calici di champagne serviti dai camerieri in frac. Il pubblico, come si può immaginare, affluisce da tutti i Paesi del mondo, anche se negli ultimi anni si è fatta massiccia la presenza di russi e cinesi che spesso prenotano i posti migliori, quelli a ridosso del palcoscenico. Ogni anno, tra ai tavolini del Moulin Rouge si stappano 240mila bottiglie di champagne, tenendo conto che un calice è compreso con lo spettacolo (i prezzi vanno dagli 80 euro in su a seconda se si abbina o no la cena o vini extra). Così, tra piume e lustrini si perpetua un'icona della Belle Epoque, ovvero quella di un locale nato sull'onda del successo del Moulin de la Galette, un ristorante danzante ricavato nel 1870 dentro un vecchio mulino a vento nella parte alta di Montmartre. Charles Ziedler e Joseph Oller, allora proprietari dell'Olympia pensarono di creare un cabaret sullo stesso stile del Moulin de la Galette a Pigalle, proprio ai piedi di Monmartre, e di costruirvi sopra un mulino ovviamente finto, vista la mancanza di vento in quella zona. Il suo successo fu pressoché immediato, anche per il repertorio di danze e spettacoli, fra cui il celeberrimo can-can (nato dalla "quadriglia naturalistica"), assolutamente rivoluzionari per quei tempi, ma che furono ritenuti licenziosi dall'opinione pubblica e che ebbero, nel 1898, un ritrattista d'eccezione come Henry de Toulouse-Lautrec, assiduo frequentatore dei quartieri di Pigalle e Montmartre.