Mourinho e i giornalisti, ennesima puntata: "Io lavoro, voi scrivete"

Alla vigilia della sfida col Werder nuovo battibecco del tecnico nerazzurro con un cronista. Poi sul derby: "Non abbiamo tempo per piangere"

Appiano Gentile - Ieri pomeriggio i tedeschi si sono resi conto che quel pizzico di follia che alberga in Trapattoni ha un’origine quasi plausibile. E forse ha ragione anche José Mourinho: amiamo più lo spettacolo del calcio. E che nessuno si azzardi a dire che in fondo è un gioco.

A pochi minuti dall’allenamento pomeridiano, il tecnico si presenta con Materazzi per la canonica conferenza stampa pre Werder. Domande scontate, risposte in linea, fino a quando uno chiede: che sguardi ha ritrovato nei giocatori dopo la sconfitta nel derby?
Mourinho si gira lentamente per osservare il pannello alle sue spalle con i loghi della Champions e fa: «Ma dobbiamo giocare una partita di campionato?». Qualcuno gli fa cenno di no con il capo e allora lui chiude: «Venerdì sono nuovamente qui e allora parleremo di campionato, oggi parlo del Werder». Sinceramente la risposta è apparsa un po’ sopra le righe ma senza quella sequenza cinematografica della sua torsione sulla sedia verso il pannello, sarebbe passata quasi inosservata.
I tedeschi zitti in attesa del traduttore.

Dopo qualche altra domanda fiacca, questa volta è una collega a tornarci e Mourinho un po’ si fa prendere: ma lei è così sicuro che i suoi giocheranno dimenticando quello accaduto nel derby?
Mourinho scatta con la parabola: «Ovviamente sì, non abbiamo tempo per piangere e ripensare al derby. C'è una differenza grande tra il nostro lavoro e quello dei giornalisti. Vi racconto un episodio: ho un amico che era, anzi è, un bravo giornalista. Quando iniziava la partita apriva il suo computer e iniziava a raccontarla, pensando a un determinato risultato. Se il risultato cambiava negli ultimi cinque minuti, andava su tutte le furie perché doveva rifare l’articolo e doveva restare nello stadio un’ora in più. Per i giornalisti è facile giudicare dopo». Poi si rivolge a un giornalista in sala e gli fa: «Per esempio, tu vuoi fare la squadra per domani? Io sarei felice che tu provassi ora a fare la squadra, giudicare dopo è facile».

Spettacolo allo stato puro. Il giornalista ribatte che lo farebbe in cambio di una parte dei suoi nove milioni di ingaggio: «Sono undici - gli precisa Mourinho -. Anzi quattordici con gli sponsor». E così anche questa volta se n’è andata trequarti di conferenza stampa senza pronunciare il nome del Werder, più o meno com’era accaduto alla vigilia del derby. I tedeschi hanno fatto un po’ fatica a entrare nel prepartita, buon segno, il traduttore sudava come un cammello nel tentativo di ricostruire l’atmosfera ma era un compito sufficientemente arduo. Quando poi ci si è messi improvvisamente a parlare di calcio con la domanda: pensa di affiancare un uomo di peso ad Ibrahimovic? Ecco che Mourinho è rimasto bello fresco: «Di peso... Quindi grasso?». A quel punto se qualcuno si fosse alzato per far partire una ola non ci sarebbe stato nulla di strano.
Comunque è successo anche che José abbia fornito un minimo di indicazioni quando ha informato che giocano otto-undicesimi del derby. Burdisso, Vieira e Quaresma gli indiziati maggiori a lasciare il posto a Cordoba, Muntari e Adriano. Si poteva ipotizzare la candidatura di Balotelli ma a domanda precisa José ha risposto: «Cosa gli manca per essere un grande? Niente. Ma lo avete visto con il Torino? Secondo voi come ha giocato?».

Nessuno ha azzardato un giudizio. E allora ecco la Champions a piene mani: «Abbiamo vinto la prima in trasferta - ha ricordato -. Adesso dobbiamo fare sette punti nelle partite in casa e siamo sicuramente nella fase successiva. Abbiamo due partite consecutive, prima il Werder poi l’Anorthosis. Credo che il Werder sia la partita più difficile, per loro è molto importante, per noi meno ma se dovessimo vincere le cose si metterebbero molto bene. Conosco Pizarro, l’ho avuto al Chelsea, ho detto ai miei quali sono le sue caratteristiche e come bisogna marcarlo». Sinceramente, la seconda parte della conferenza molto più annoiante della prima.