Mourinho e il Torino: «Siamo i migliori e lo dimostreremo»

nostro inviato ad Appiano Gentile

Atene, dieci minuti allo scadere, 1-0 per l’Inter, Mourinho si alza dalla panchina a va verso i suoi collaboratori: «In Premier league sono accanto a me, qui sono a circa venti metri e mi rilassa percorrerli». Ma lei non ha fatto una passeggiata per rilassarsi, cosa vi siete detti? «Avevo in mente due opzioni, sono andato da loro per sapere quale delle due preferivano...». E poi è entrato Adriano, ha segnato e lei è tornato dai suoi collaboratori a congratularsi: le hanno dato la soluzione vincente? «Be’, questo dovete chiederlo a loro».
C’è il Toro e l’Inter fa gruppo. Ma scusi, lei non sarebbe il migliore del mondo?
Era la domanda che Mourinho attendeva. «Io non ho mai detto di essere il migliore del mondo. Ho detto che non c’è nessuno migliore di me. Non si capisce? Allora mi spiego: io ho bisogno di sentirmi il migliore del mondo, ho bisogno di avere fiducia in me. E pretendo la medesima cosa nei miei collaboratori. Se chiedessi al mio preparatore Rui Faria se pensa che ci sia qualcuno migliore di lui, e lui mi rispondesse di sì, allora io vorrei il migliore e lui potrebbe anche tornare in Portogallo».
Un minuto prima di entrare sul prato dello stadio Olimpico di Atene aveva chiesto ai suoi: «Dite di essere i migliori del mondo? Allora dimostratelo». Bambole, questo è Josè Mourinho, e Rui Faria è lì a pochi metri che fa sì, sì, con la testa. Ma non è finita, c’è la seconda parte: «Questa è la mia filosofia di vita. Io voglio che la mia squadra non dimentichi mai la voglia di vincere e questo fin dal primo minuto. Col Toro non occorre perdere tempo, si deve entrare, dominare e vincere. Poi c’è anche un avversario che ha i nostri identici obiettivi, ma si deve affrontare senza paura. È una questione di fiducia - continua -. E la fiducia si costruisce giorno dopo giorno, arriva con i risultati e non deve cambiare con un modulo di gioco. Voi mi chiedete se l’Inter col Torino farà il 4-4-2 o il 4-3-3, io vi rispondo che il modello di gioco non cambierà e sarà sempre più importante del sistema tattico che useremo in campo. La fiducia non arriva dalle parole o da una buona capacità di comunicare, è un progetto globale e arriva da un gruppo che lavora assieme e crede nel proprio lavoro».
Giusto per stemperare un minimo, sembrerebbe che a fare le spese di questa filosofia, alla fine sia il povero Adriano: «Sento che c’è molta attenzione attorno a lui, ma per me è più importante la squadra. Siamo tutti felici per il gol che ha segnato e ci ha dato tranquillità in una partita che poteva restare pericolosa fino all’ultimo minuto. Ma non continuate a chiedermi se sarà titolare contro il Torino. Lui giocherà titolare quando lo deciderò io, non quando troverò il suo nome in formazione sui giornali». A proposito del Toro, Mourinho mantiene il rito della formazione alla stampa alla vigilia? «No - fa lui -. Dico solo che se Maxwell viene e mi dice che non è al cento per cento, allora gioca Chivu che sta bene. Ho otto difensori e cinque attaccanti, solo a centrocampo non posso far ruotare qualcuno, non c’è Jimenez, Muntari è squalificato e Stankovic sarà pronto per il Lecce. Il Toro? Chissà che squadra vedrò, Sampdoria, Catania e Panathinaikos hanno cambiato completamente contro di noi. Io ho studiato una squadra che gioca con un centravanti di posizione e con Rosina e Amoruso fra le linee, con un triangolo a centrocampo e Diana che spinge molto. Ma chissà che squadra avremo di fronte. Due giornate sono troppo poche per farsi un’idea di questo campionato, la Roma ha un punto, il Milan zero. La Juve? Dopo la sosta invernale capiremo chi sarà la nostra avversaria. Il derby? Vale tre punti, prima ci sono Torino e Lecce che ne valgono sei, e li voglio».