Mourinho in manette. Per tre giornate

Che botta! Stavolta le manette le hanno messe a Mourinho: tre giornate di squalifica per quel gesto, non proprio da gentleman, che ha fatto sobbalzare mezza Italia e innervosito il mondo arbitrale. L’Inter subisce la stangata (Cambiasso, Muntari, Samuel, Cordoba scontano da due a una giornata) e Moratti deve abbozzare. Aveva capito che le cose non si erano messe bene subito dopo la partita con la Sampdoria. Aveva pregato tutti di mettersi in silenzio. Aveva visto giusto. «C’erano già abbastanza polemiche, volevo evitarne altre», ha raccontato ieri mattina prima della punizione. «Un modo per non disperdere energie. Figlio di un ragionamento abbastanza normale, visti tutti i casini che ci sono». Moratti non usa la clava, ma sa infilzare il fioretto e tanto gli è servito per mostrare quel sottile disappunto nei confronti del suo «casinista» principe. Sì, Mourinho l’ha combinata grossa, anche se adesso l’Inter farà ricorso e ieri sera il presidente ha cercato di salvare la faccia dell’altro senza perderci quella sua. «Non ci aspettavamo una stangata così forte. Ma ora ci aspetta la Champions meglio non alimentare polemiche».
L’Inter gioca in difesa, c’è da pensare al Chelsea e recuperare energie psico-fisiche, ma si sente tutta ammaccata. Mourinho aveva capito, fin da domenica, di essere su un filo senza rete. E ieri ha fatto ripetere al suo portavoce la versione che voleva addolcire la brutta mossa: «Il mio gesto è stato male interpretato. Non aveva nulla a vedere con l’arbitro. Significava: potete anche portarmi via, arrestarmi, ma tanto la mia squadra è forte e vince lo stesso. Anche se giochiamo in nove». Bel romanzo, ma gli hanno creduto in pochi. Tanto che Moratti se n’è lavato le mani. «Quel gesto? Lo ha fatto lui. Lui lo sa e lui deve spiegare. Forse intendeva: vogliono fermarci». Il presidente sa interpretare gli umori dei suoi tifosi: non proprio gente con l’anello al naso. Ha protestato al telefono con Abete, ma non poteva ignorare gli errori del tecnico. E ieri il presidente federale ha confermato che il discorso con il presidente nerazzurro è stato pacifico ed ha toccato vari punti, dunque non solo i comportamenti degli arbitri.
Stavolta lo scontro pesante non è stato neppure con quel poveretto dell’arbitro, che si è sentito dire di tutto e di più, ma con gli inviati della procura federale. Mou e Oriali (squalificato fino all’8 marzo) non volevano saperne di averli vicino alla panchina. E quelli hanno scritto e visto tutto. Come si desume dalle spiegazioni del giudice: «Nel corso della gara Mourinho ha contestato ripetutamente l’arbitro e mimato il gesto delle manette, rivolte verso il pubblico e le telecamere a bordo campo. Inoltre, nell’intervallo, nel sottopassaggio verso gli spogliatoi, ha rivolto all’arbitro e agli assistenti espressioni ingiuriose e, nel corso della gara, ha contestato ripetutamente la presenza dei collaboratori della Procura federale collocati nei pressi delle panchine di entrambe le squadre». Mourinho è recidivo, di recente aveva patteggiato la pena per un’altra delle sue uscite da libro dei ricordi. Ora paga tutto e l’Inter ne fa le spese.
L’isterismo generale ha prodotto danni, anche più consistenti, proprio in quel sottopassaggio, all’intervallo: Mou ha chiesto all’arbitro notizie circa la famiglia, lo ha invitato alla vergogna. L’arbitro gli ha risposto per le rime. «Perché mai dovrei vergognarmi». Ma non gli ha sventolato un cartellino rosso sotto il naso. Non se l’è sentita. Ha lasciato fare agli uomini della Procura e quelli hanno avuto la freddezza dei killer. Senza sbagliare bersagli. Il sottopassaggio era un tunnel di fuochi ben poco fatui: Cambiasso e Muntari si sono scatenati in un Far West. Dice il rapporto: l’argentino ha cercato di mettere un sampdoriano (Pozzi) ko con un pugno. L’altro ha insultato arbitro e guardalinee. Sul campo Pozzi era su di giri, cercava guai ma soprattutto ne ha procurati: ha fatto espellere sia Samuel sia Cordoba. Per la legge della giungla calcistica andava punito. A Pazzini ci ha pensato l’arbitro (una giornata).
Per i sampdoriani l’arbitraggio è stato quasi perfetto. Lo ha raccontato Palombo, il capitano che ieri ha ricevuto una telefonata riparatrice di Milito. Il principe è stato visto da tutti, tranne dall’arbitro, in una entrata a tacchetti spianati, a rischio gamba avversaria. Ha visto e rivisto il tackle, ha capito di aver esagerato e con fair play si è scusato. E così Palombo ha fatto scendere la saracinesca sui ricordi: «Il gesto di Mourinho? Non ha offeso noi. Non gli devo insegnare io come ci si comporta. I provvedimenti? Ci sarà chi ha visto tutto. Io sono entrato nel tunnel dopo gli altri e ho sentito solo urlare». Fine delle polemiche.
All’Inter restano i conti di presenti e assenti per la partita di domenica (in difesa resta solo Lucio), i mugugni e le multe (30mila euro per petardi e il solito inizio ritardato del secondo tempo e 40mila a Mourinho). Ignazio La Russa, tifoso doc, è andato pesante. «Trovo inqualificabile questa squalifica. Evidentemente c’è chi non vuole che l’Inter vada bene in Europa». Sandro Mazzola, invece, usa la concretezza soft degli ex giocatori che conoscono la diplomazia. «Tre giornate mi sembrano tante. Mourinho può essere credibile nella sua versione e tutto quel nervosismo era forse figlio dell’attesa per la partita con il Chelsea». Ci sarebbe da prender lezione per capire come arginare giudici, arbitri e l’antipatia dirompente di un provocatore. Pardon predicatore.