Dal Movimento studentesco alla condanna: poi la fuga e 26 anni di latitanza dorata a Parigi

Roma - Nelle cronache dei media, viene definito immancabilmente «ex leader di Potere Operaio». Ma la storia di Oreste Scalzone, intrecciata a doppio filo con quella dell'ultrasinistra italiana, comprende molte altre pagine. E un contatto continuo con il nostro Paese anche dall'«esilio» parigino. Nato a Terni nel '47 da mamma Eugenia e papà Giuseppe, nel '68 si iscrive all'Università a Roma e - complici anche le sue qualità di oratore - diventa in fretta uno dei leader del movimento studentesco romano. Trasferitosi a Milano, partecipa all'organizzazione dei «Comitati comunisti», emanazione dell'allora Potere Operaio del quale era stato co-fondatore con Franco Piperno e Toni Negri: ma nel '72, dopo il congresso di Rosolina, Potere Operaio si scioglie e i Comitati comunisti - attivi soprattutto alla Pirelli e all'Alfa-Arese - diventano autonomi, mentre Scalzone contribuisce all'affermazione della nascente «Autonomia operaia». Sono anni difficili, segnati dalla sfida del terrorismo, e per Scalzone il 7 aprile del '79 arrivano le manette, nella sede della rivista «Metropolis»: il provvedimento contro di lui, Antonio Negri e Emilio Vesce viene emesso nell'ambito dell'inchiesta del giudice Calogero, nota come inchiesta «Sette aprile», in base alla quale l'ex vertice di «Potop» viene accusato di associazione sovversiva e banda armata. Successivamente, viene imputato anche di insurrezione armata contro i poteri dello Stato, sempre nell'ambito del cosiddetto «terorema» del giudice Calogero secondo cui Potere operaio fu la culla di tutte le organizzazioni armate, «Brigate Rosse» comprese.
Detenuto prima a Cuneo, poi a Palmi, viene trasferito per le sue cattive condizioni di salute nella capitale, dove - dopo un ricovero al «Gemelli» - ottiene la libertà provvisoria. Nell'81 lascia senza autorizzazione la casa dell'amico ingegnere che lo ospita in via Ripetta: è l'inizio di una latitanza che, dopo un anno in Danimarca, lo porta a Parigi. Nell'83 arriva la condanna a 16 anni di carcere, poi ridotti a nove nell'87, ma Scalzone continua a vivere all'ombra della Torre Eiffel, sino ad imporsi come punto di riferimento di quel centinaio di italiani, rifugiati degli «anni di piombo», per i quali la Francia non concede estradizione, fedele ad una tradizione inaugurata da François Mitterrand. Nel '98 torna clandestinamente in Italia e dopo una tappa nel Mugello torna sui luoghi simbolo della sua giovinezza a Roma: «Il mio viaggio - spiega all'Espresso - ha avuto un senso simbolico-provocatorio: da più di dieci anni si parla di amnistia per i detenuti e gli esuli politici ma non è mai successo niente». L'amnistia resta al centro della sua battaglia: nel febbraio 2005 lancia un appello a Ingrao, Cossiga e Pannella: «mi offro come capro espiatorio simbolico - dice -, torno in Italia rinunciando alla prescrizione di nove anni di carcere per aprire un dibattito sull'amnistia», e un paio di mesi più tardi, a sostegno della stessa causa, inizia uno sciopero della fame destinato a durare tre settimane, interrotto dai medici. Nell'agosto del 2006, fisarmonica in braccio, partecipa ad una manifestazione davanti all'ambasciata italiana in segno di solidarietà con Paolo Persichetti, ex militante dell'Unione dei comunisti combattenti, estradato quattro anni prima e detenuto a Viterbo. Oggi la notizia della prescrizione.