Moving shop, i negozi vanno incontro ai clienti

La maggior parte dei vestiti è cucita nelle sartorie di alcune carceri

Il fenomeno inglese del «moving shop», negozio in movimento, sta diventando una moda nella capitale. Ma se a Londra i padroni di casa per abiti e copricapo sono capienti autobus su due piani, il mezzo di trasporto utilizzato dai romani è ben diverso e decisamente meno ingombrante.
Per chi è stanco di acquistare capi d’abbigliamento fossilizzato dentro un negozio o preferisce non avventurarsi nella confusione delle bancarelle, un’originale soluzione per lo shopping è rappresentata, infatti, dall’Ape Malandra. Il mini negozio bordeaux su tre ruote, ideato da Valeria Ferlini e allestito dalla Piaggio, vola nelle diverse parti della città: dal Fleming all’Eur, da Prati a Testaccio. L’ape vagabonda è abbigliata come un’elegante sartoria di lusso, con tanto di camerino e specchio per le clienti desiderose di provare la merce.
Sul retro dell’innovativa boutique viaggiante vengono esposti, in ceste di vimini colorate che profumano di lavanda, vestiti assortiti e di alta qualità, dal taglio perfetto e realizzati completamente a mano.
Un trionfo di gonne color pastello, a ruota o a portafoglio, ricercati maglioni di cachemere a uno o più fili, t-shirt e camicie all’ultima moda sono gli indiscussi protagonisti della fiammante ape, il cui slogan è: «Chiamala quando vuoi, viene dove vuoi».
Infatti, il tre ruote ambulante va incontro alle clienti, dando loro la possibilità di comprare i vestiti direttamente nelle proprie abitazioni o sotto l’ufficio. Un’altra comodità offerta dalla boutique mobile è la modalità di pagamento, come ha spiegato Nani, «ape operaia» del camioncino: «L’Ape Malandra svolge un commercio su strada moderno. Dispone, infatti, di poss per bancomat e carta di credito».
Ma ancora. L’idea di un’ape itinerante che sfreccia e si piazza nelle zone strategiche della capitale è piaciuta anche ai produttori di abbigliamento, che hanno apprezzato la totale assenza di costi fissi. Il vero successo dell’iniziativa è, però, il risvolto sociale: la maggior parte dei vestiti in vendita è realizzata e cucita nelle sartorie di alcune carceri dalle detenute e parte dei guadagni è devoluta in beneficenza a favore dei figli delle stesse carcerate.
Un progetto sociale, a cui prestò aderirà anche la sezione femminile del carcere di Rebibbia, che mira al reinserimento delle detenute attraverso corsi di taglio e cucito all’interno del penitenziario. (Per info: 346-4994400)