Mr. Grinzane? Mi premiava. Ed era pure simpatico

Quando l’odio si manifesta ritenendo di avere una buona ragione per essere considerato giusto e sacrosanto, o perlomeno legittimo, è un segno di profondo malessere.
Il caso di Giuliano Soria è emblematico in proposito. Non voglio entrare in merito alle terribili accuse che gli sono state mosse, e che vanno dalla malversazione alle molestie sessuali. Ho letto però decine e decine di articoli che riguardano questo caso, e sono stato letteralmente disturbato dagli accenti di odio di cui i cronisti si sono fatti testimoni. Un odio che, anche nel caso tutte le accuse venissero confermate - magari anche con qualche aggravante - rimane orribile in se stesso, e tanto più orribile in quanto giustificato: finalmente anche i buoni possono odiare.
Conosco da anni Giuliano Soria. A me è sempre stato simpatico. Non so bene perché mi sia simpatico. Forse, direte voi, perché hai vinto due volte il «Grinzane Cavour» (una volta addirittura il «SuperGrinzane»). No, a me era simpatico già da prima, dal 1992, anno in cui col carrozzone del Grinzane ci si trasferì per una decina di giorni a New York.
La specificità del Grinzane è quella di cercare di promuovere la cultura italiana all’estero, soprattutto tenendo vivo il rapporto con le diverse comunità italiane disseminate per il pianeta. Molte sono le iniziative del premio in questo campo, tra cui «Grinzane for Africa», che quest’anno ha premiato a Addis Abeba tre grandi scrittori di quel continente.
Soria ha sempre fatto un po’ di confusione tra organizzazione e contenuti. A lui interessava mettere in moto la macchina: convegni, cocktail in ambasciata, meeting nelle università e così via. Quello che, poi succedeva in questi contenitori (cioè quasi niente) gli interessava molto meno. Il Grinzane è sempre stato così. Dovunque si andasse, nelle Langhe come in Etiopia, a New York come a Buenos Aires, il programma era sempre un po’ lo stesso, e il modello quello della gita aziendale.
Tuttavia va detto che attirare tre premi Nobel nelle Langhe, caricarli su un pullman e portarli a mangiare tartufi non è cosa da poco. Soria lo faceva. In altre parole: sarà pure un farabutto, però come organizzatore di eventi ha pochi uguali.
Dico questo perché il giudizio su una persona deve essere il più possibile completo, e l’odio, specie se ipocrita, non è il modo migliore per essere completi. Per comprendere e conoscere ci vuole sempre rispetto, a oltranza.
Bisogna anche dire che la letteratura si è sempre mantenuta in vita grazie alle canaglie, agli assassini, ai ladri, agli imbroglioni, ai tiranni e ai prevaricatori. Il male è il territorio della letteratura, senza il male la letteratura non esiste. Potrebbero esistere I Promessi Sposi senza Don Rodrigo? Pinocchio senza il Gatto e la Volpe? I Demoni senza Stavrogin? L’isola del tesoro senza Long John Silver? L’Antigone senza Creonte?
Un romanzo fatto tutto di cattivi è facilmente immaginabile (che so, una storia ambientata nella malavita di Detroit), non certo un romanzo fatto di tutti buoni. Ve l’immaginate la noia mortale di un romanzo senza un solo grammo di male? Dove tutti sono buoni, onesti, pagano le tasse, si amano e pensano politically correct? Chi lo leggerebbe mai, a parte qualche masochista ben deciso a farsi del male?
Perciò gli scrittori dovrebbero amare le canaglie, perché è soprattutto grazie alle canaglie che i loro libri vengono stampati, distribuiti e venduti. Il lupo cerca di mangiare i tre porcellini, ma alla fine è la loro salvezza: senza lupo chi se li sarebbe mai filati, quei tre idioti?
Dunque, se a capo di un premio letterario c’è un farabutto, non è che ci sia da essere troppo contenti, però la trovo una cosa molto letteraria, e non capisco perché uno scrittore, che campa grazie al male, debba poi prendere schizzinosamente le distanze quando scopre che l’oggetto del suo business esiste davvero. La giustizia farà il suo corso, come lo farà con ciascuno di noi, in questo o nell’altro mondo. Non ci basta questo?
La giuria del premio e i garanti nominati dopo l’incriminazione di Soria si sono comportati in modo perlomeno poco letterario, oltre che poco coraggioso. Il Grinzane Cavour esiste, e bisogna cercare di farlo esistere ancora, magari dandogli un po’ più di contenuto. Non vorrei che le dimissioni in massa fossero un segno, ben mascherato, di poca chiarezza di idee.
Quello che ho detto per gli scrittori vale anche per i lettori. A ragione Baudelaire chiamava «ipocrita» il lettore. Per essere veri lettori occorre infatti sfidare il proprio perbenismo, approvare quello che ci dispiace, aderire al lato sgradevole, alla parte nera dell’esistenza. Queste sono tutte cose che esistono, perché la letteratura non è uno scherzo, e il lettore che non accetta la sfida della letteratura (sono sempre meno quelli che la accettano) finisce per ridurla proprio a questo, a un giochetto, e la sua sana e terribile amoralità a un triste «per modo di dire». Questa è l’ipocrisia, la stessa che permette a un uomo di odiare un altro uomo pur continuando a disapprovare l’odio come tale, e a sentirsi perfettamente a posto.
Se perciò la letteratura si confonde sempre più col mercato, la colpa non è del mercato, ma nostra, di noi lettori e scrittori che non vogliamo più riconoscere la verità del suo scandalo.
Guai, dunque, ai malversatori e ai molestatori. Ma guai anche all’intelligenza ripiegata su di sé, che gode nell’intimo di ogni orrore e se ne nutre in segreto per poi restituirsi, saggia e sicura di sé, al mondo annoiato dei buoni e degli onesti.