Mubarak resta Faraone Ma due elettori su tre hanno disertato le urne

Presidenziali egiziane formalmente libere per la prima volta

Gian Micalessin

Una cosa è certa, Hosni Mubarak ha vinto è sarà per la quinta volta presidente d'Egitto. Per saperlo non c'era bisogno di scomodare gli elettori, ma anche la forma ha la sua importanza. E dal punto di vista formale le presidenziali egiziane hanno regalato di più di quanto ci si aspettava. Nonostante tutto fosse già scritto circa il 30 per cento degli elettori, dicono i dati non ufficiali, s'è preso la briga di correre ai seggi. Secondo le stesse indiscrezioni, fatte circolare dalla commissione elettorale, il 72 per cento ha tirato una crocetta sul nome dell'amato presidente. Ma il candidato Ayman Nour e il suo Partito del Domani (Ghad) gridano agli imbrogli e chiedono alla commissione elettorale la ripetizione del voto.
«Chiediamo di bloccare l'annuncio dei risultati - ha detto ieri Wael Nawara, responsabile della campagna elettorale di Nour e del Partito Ghad - attendiamo di conoscere la nuova data del voto». Ma la commissione elettorale gli ha già risposto picche e gli uomini del cinque volte presidente liquidano le lamentele di Nour come i piagnistei di uno sconfitto. In fondo qual è lo stupore? Il raìs aveva promesso elezioni pluralistiche e, da questo punto di vista, lo sono state. Sulle schede, a differenza dei passati referendum, oltre al nome del «faraone» c'erano anche quelli di Ayman Nour e di altri sette candidati senza speranza. Dunque se si volevano elezioni, elezioni sono state. Se poi le si pretendeva anche libere, democratiche e regolari allora è un altro discorso. Ed è forse un'utopia pretenderlo in Egitto e Medio Oriente. Lo sanno bene la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato che per ottenere quest'embrione di democrazia hanno dovuto, nei mesi scorsi, avvisare, minacciare e coartare il recalcitrante alleato egiziano. Il compassato Sean McCormack portavoce del dipartimento di Stato americano si limita, infatti, a definirle un «inizio». Quell'«inizio» rischia però di costare caro al rieletto «faraone». Per lui quella tignosa della Condoleezza Rice ha già pronto una lista della spesa che l'efficiente McCormack snocciola ancor prima di conoscere i risultati ufficiali.
«Mubarak si è presentato davanti agli egiziani e ha fatto delle promesse. Noi ci aspettiamo che le rispetti, innanzitutto abolendo lo stato d'emergenza». Come dire poco importa se non tutto è stato regolare, la vera prova di democrazia per noi incomincia adesso. Se queste sono le felicitazioni del miglior protettore ed alleato, Mubarak ha poco da star allegro. Anche perché la vittoria ottenuta mobilitando apparati di Stato, televisioni e giornali pubblici non è poi stato un trionfo. Considerata l'affluenza, il suo 70 per cento conta meno di sette milioni di voti su 34 e passa milioni di votanti. Pochino per un raìs che nell'ultimo appello agli elettori chiedeva di correre in massa alle urne. La contenuta affluenza ridimensiona d'altra parte il sospetto di brogli. Se ci sono stati, sono stati maneggi minimali limitati alla ristretta percentuale di votanti.
Lo fa ben capire Hafez Abu Seada, segretario generale dell'Organizzazione Egiziana dei Diritti Umani, spiegando che soltanto un'affluenza superiore di 10 punti rispetto al previsto 25 farebbe pensare a truffe su larga scala. «Magari faremo ricorso - ha detto Saeda - ma sarà un atto simbolico tanto per far sapere che non tutto è andato per il meglio». Tutto l'opposto per Mohammed al Sayef Said, direttore del Centro studi Al Ahram. Secondo lui la vera affluenza, inferiore al dieci per cento, è stata amplificata ad arte. «È stata una manipolazione massiccia, un vero disastro, non mi sarei mai aspettato una simile operazione». E alle denunce di Said si aggiungono quelle provenienti da tutto il Paese. A Beni Suef gli scrutatori del partito di Mubarak avrebbero minacciato gli elettori di cancellare le loro pensioni in caso di risultato sfavorevole. A Luxor Ahmed Mohammed Alì si è visto richiedere la tessera del partito di governo per poter votare. Dopo lunghe proteste gli scrutatori l'han fatto entrare in cabina «ma solo - gli hanno ricordato - se esci con il voto per Mubarak».