"Il Mulino? Non ha mai capito che il Paese stava cambiando"

Il politologo Gianfranco Pasquino accusa la celebre associazione culturale di sinistra: "E' vittima di preconcetti ed elitarismo, in dieci anni ha sbagliato tutto"

Un Festival della politica proprio lì, nel cortile del Mulino? Intollerabile affronto. E così è finita prima di iniziare l’avventura di Laterza a Bologna, nel fortino intelligente del fu-prodismo (o dell’anima nordista del piddismo): puff, sparito tutto. La kermesse politologica non si farà, ufficialmente perché le banche non danno più i fondi promessi all’editore barese, ufficiosamente per via del malumore dell’Associazione il Mulino che sarebbe stata sbertucciata pubblicamente, in casa propria, con un Festival organizzato da altri. Uno smacco che la dice lunga sull’immobilismo del più prestigioso pensatoio della sinistra italiana, che annovera tra i suoi notabili tre ex ministri e due ex premier del centrosinistra (nella foto). Ma l’unico, tra i «mulinisti», a riconoscere e denunciare il preoccupante stato di letargo dell’associazione è il politologo Gianfranco Pasquino, anima inquieta dell’intellighenzia progressista ed ex direttore della rivista dell’associazione.

Professore, il Mulino si è inceppato?
«In questi dieci anni il centrosinistra è andato al governo due volte ed è caduto altre due volte. Vogliamo raccontarci cosa ha fatto il comitato direttivo del Mulino per capire cosa stava succedendo in questo Paese? Che iniziative di studio ha promosso il Mulino, che tra i suoi autorevoli soci ha due ex primi ministri del centrosinistra (Prodi e Amato, ndr)?»

Lei si sta rispondendo da solo: niente.
«Certo, è stato immobile, non c’è stata nessuna iniziativa degna di questo nome. Per quello io parlo di ignavi. Ma secondo me è una mancanza clamorosa. È un’associazione che non capisce più la società che dovrebbe interpretare e migliorare».

Non è un caso allora che si sia fatta scippare l’idea del Festival della politica nella sua Bologna.
«No, non è affatto un caso. I vertici del Mulino non hanno saputo indicare nessuna direzione per il Paese. L’idea di un Festival della politica era stata avanzata 5 o 6 anni fa da noi del Mulino. Ma che fine ha fatto? Niente, è caduta nel nulla».

Ma come lei spiega questo letargo?
«È che gli intellettuali del Mulino si sono limitati a criticare chi ha fatto cadere i governi di centrosinistra, ovvero Berlusconi, senza chiedersi perché la sinistra ha perso. Non hanno capito i cambiamenti culturali del Paese in questo decennio».

Edmondo Berselli però, per anni direttore della rivista il Mulino, ha prodotto molto sul tema “sinistra che non capisce il Paese”.
«Berselli è un giornalista che scrive articoli, ma per capire cosa è successo ci vuole ben altro che una serie di articoli».

Le sviste più grandi del Mulino?
«Non aver compreso che la società italiana era diventata più individualista, più convinta di riuscire a fare da sola, al di fuori della politica. È questa invece la lettura corretta dell’Italia che hanno dato sia Berlusconi che Bossi, mentre il Mulino continuava a pensare come negli anni ’60 e ’70».

Altro errore?
«Non hanno previsto il problema della leadership, che Prodi non ha saputo incarnare. Se si leggono gli articoli della rivista si vede che prevale il “giustificazionismo” sulla caduta di Prodi, invece che proposte concrete».

Puro vittimismo?
«Anche quello, ma c’è soprattutto questa idea: hanno vinto loro, ma è una vittoria destinata a durare poco perché noi interpretiamo meglio questa società. Invece non è così».

La crème culturale della sinistra, incapace di comprendere gli italiani?
«Il punto è che l’elaborazione teorica della sinistra avviene a livello di idee e non di confronto con quello che succede, col Paese reale».

Il Mulino come torre d’avorio.
«Bè, diciamo una torre della Garisenda (una delle due torri di Bologna, ndr). Non si cerca il confronto con la società. La mia è una critica complessiva. La sinistra a un certo punto è diventata autoreferenziale. Non è riuscita a far maturare dei leader, perché è un’organizzazione dove vigono criteri di anzianità e di semplice cooptazione».

Franceschini non è leader?
«E chi lo sa. Per ora è un prodotto di uno stato di necessità. Ma ancora una volta: il leader c’è nella misura in cui l’organizzazione di cui è capo è capace di innovazione e anche di conflitti intorno a idee, a futuri possibili. Invece nel Pd il conflitto è tra persone, non tra futuri possibili».

Colpa dell’ideologia?
«Parlare di ideologia è eccessivo. Magari ci fosse una ideologia. Io parlerei di preconcetti, preconcetti non analizzati e non sottoposti a critica, quindi immutabili».

Quali sono i preconcetti?
«Quello fondamentale è che la sinistra è il luogo della cultura mentre la destra non ha cultura. La sinistra si è sempre percepita come molto più intelligente della destra. Pensa che la tv sia uno strumento di corruzione delle menti, mentre è chiaro che la tv può avere anche grandi effetti positivi».

Altro preconcetto?
«È che il centrodestra vince perché fa leva sugli interessi economici della gente. Come se la sinistra non dovesse riuscire a migliorare anche la vita concreta dei cittadini».

Ultimo pregiudizio?
«Dimenticare che Berlusconi è un grande organizzatore politico perché va nelle piazze, mentre la sinistra preferisce andare in luoghi che siano più accoglienti e ospitali, dove non c’è contraddittorio».

Ma lei che consiglio darebbe ai suoi colleghi intellettuali di sinistra?
«Direi questo: se si vuole cambiare una società bisogna anche entrare in rapporto con quella società. Serve una grande opera pedagogica, il Mulino avrebbe gli strumenti per farlo. Non basta interpretare, bisogna confrontarsi».