Muller: "Macché provinciali, a Venezia 32 Paesi"

Il direttore della Mostra respinge le critiche per il cartellone molto
italiano: "Ogni anno le solite accuse: troppi americani, troppi
esordienti, troppi orientali. Noi inseguiamo il cinema dove si va a
cacciare"

Roma - Non va giù leggero Dagospia nel riprendere l’articolo del Giornale che parla di una Mostra «troppo provinciale», per via dei 22 titoli tricolori (18 dei quali lungometraggi) variamente spalmati sul menù. «Una Mostra de’ noantri», la definisce, e aggiunge: «Esagerazione burina, esibizionismo masochista». Il direttore Marco Müller, alla sua sesta edizione, non si scompone. In vista dell’inaugurazione, il 2 settembre con Baarìa di Tornatore, rilascia alcune interviste al telefono. Una è questa.

Davvero non si poteva sfoltire la compagine italiana?
«Ogni anno, ritualmente, arriva la stessa accusa. Insieme alle altre: troppi film, troppe nazioni, troppi esordienti, troppi americani, troppi orientali... Certo, volendo, si può dire anche troppi italiani. Ma vediamo nel dettaglio. Io ricordo 4 film in concorso, 2 fuori concorso, 2 in Orizzonti, 7 in Controcampo, di cui 3 opere prime e 4 documentari. Non so come fate ad arrivare a 22».

«La Mostra in cifre», materiale Biennale. Mi creda sono 22.
«In ogni caso, Venezia è il principale festival italiano. Mi pare normale offrire un ritratto panoramico, un commento e un’interpretazione del nostro cinema. Controcampo non è un’operazione politica, la selezione è stata durissima. E poi non conosco un regolamento che imponga non più di 3 film per ogni nazione. Ciò detto, con 32 Paesi rappresentati le sembra un festival provinciale?».

Ligabue in giuria: avrà letto il pro e il contro del «Giornale».
«Sì, letto. Ma il cinema è cambiato. Ci sono autori che vengono da altri linguaggi: dalla fotografia, dalla moda come il Tom Ford di A single man, dal rock come Ligabue. Nessuno ha dimenticato l’emozione che suscitò al Lido il suo Radiofreccia. È un autore vero, uno che spariglia i giochi. Lo sa che per prepararsi al lavoro di giurato sta vedendo in dvd i film precedenti dei registi in gara? Solondz, Rivette, Tsukamoto...».

Scrupolo meritorio. Tuttavia, scusi se insisto, mettere in concorso 4 italiani, 4 francesi e 6 americani qualcosa significa.
«Se è per questo, metta anche l’Asia. Ma confermo: non è una dichiarazione di intenti, solo un’attenzione. Da anni sono gli Stati Uniti e l’Asia a elaborare i nuovi prototipi. Poi, in ritardo, arriva il cinema italiano».

Italiani per italiani, ha sorpreso l’assenza de «L’uomo che verrà» di Giorgio Diritti, sulla strage di Marzabotto.
«Diritti sarebbe stata un’apertura ideale per la sezione Orizzonti. Era la nostra proposta: è arrivata una controproposta dal Festival di Roma, Diritti l’ha accettata, non vedo il problema. Vale anche per Alza la testa di Alessandro Angelini. Liberi di andare in concorso dove preferiscono».

Insomma, non parlerà più di scarti...
«Certo che no. Passiamo ad altro?».

Per via dei tagli al Fus, poi rientrati, sembrava che su Venezia gravasse la minaccia di un nuovo Sessantotto. Più o meno vero. Non quello di celluloide rievocato dal «Grande sogno» di Michele Placido.
«Non saprei. Immagino che chi ha fatto i film - registi, attori, produttori - sceglierà se usare lo spazio delle conferenza stampa per parlare anche d’altro. Per quanto mi riguarda ogni riflessione critica sul presente passa attraverso i film. Quanto avviene fuori della cittadella del cinema non dipende da me. Staremo a vedere, non sono preoccupato».

Il festival di Toronto le ha dato qualche pensiero?
«Ha un sacco di cose, molte delle quali viste anche da noi. Molte, non tutte. La prima linea, ad esempio, Andrea Occhipinti non ce l’ha mostrato. Mi dispiace anche per i Coen: A serious man l’avrei visto volentieri».

Immagino pure i nuovi film di Martin Scorsese, Terrence Malick e Wes Anderson.
«Non erano pronti. Scorsese esce a gennaio, Malick non si sa, Anderson apre il Festival di Londra. Non si possono rimpiangere i film che non si sono visti».

Quest’anno a Venezia non ci sarà il tema con t maiuscola, ma il sangue scorre a fiumi. Un settembre rosso shocking.
«Cerchiamo il cinema dove si va a cacciare. Se sta nell’horror, nel film di genere, ben venga. Le divisioni tra apocalittici e integrati non hanno più senso. Così come rimpiangere l’aura perduta dei capolavori o praticare l’elogio acritico della cultura di massa».

A destra c’è chi si sorprende che un direttore nominato da Urbani metta tanti film «di sinistra» in programma. Lei come risponde?
«Bah! C’è chi ci vede come la roccaforte della sinistra e chi come il festival della normalizzazione. Molto banalmente: la questione non si pone. Chi farebbe critiche del genere a Cannes?».

Le mancheranno le vignette di Stefano Disegni?
«A me per forza, ho capito di essere in qualche modo un succedaneo dei registi quando mi sono ritrovato sempre abbigliato di nero nelle sue strisce».