Una multa per i disertori

Paolo Armaroli

Leader della Camera dei Comuni, Geoff Hoon è l’equivalente del nostro ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi. Orbene, questo ministro di Tony Blair ha avuto una bella pensata. Ha lanciato l’idea di rendere obbligatorio il voto, pena una multa. Il bello è che questa affermazione non l’ha fatta all’Hyde Park Corner, dove di solito si esibiscono gli eccentrici per la gioia di mamme, bambinaie e fanciulli. No, l’ha fatta in un rinomato pensatoio laburista: l’Institute for Public Policy Research. La cautela, si sa, non è mai troppa. Così il ministro ha messo le mani avanti. Ha precisato che la sua è una proposta avanzata a titolo personale. Ma la cosa è poco credibile. Per il semplice motivo che la Gran Bretagna, per sua fortuna, non è paragonabile all’Italia.
Ne volete una prova? Eccola. La nostra legge numero 400 del 23 agosto 1988, stabilisce che il presidente del Consiglio «concorda con i ministri interessati le pubbliche dichiarazioni che essi intendano rendere ogni qualvolta, eccedendo la normale attività ministeriale, possano impegnare la politica generale del Governo». Ma questa disposizione, si sa, è stata violata più della vecchia di Voltaire. In Gran Bretagna tutto ciò sarebbe inconcepibile. I ministri debbono rigare dritto, altrimenti rischiano di essere revocati dal Premier.
Perciò Blair con ogni probabilità sapeva che cosa bolliva in pentola e ha impartito la sua benedizione senza tuttavia scoprirsi in prima persona. Insomma, la proposta del ministro laburista è stata lanciata a bella posta per vedere l’effetto che faceva. Comunque sia, Hoon è un Cicero pro domo sua. Alle elezioni politiche di maggio la percentuale dei votanti in Gran Bretagna è stata appena del 61 per cento. Se il voto fosse obbligatorio, il Labour Party presumibilmente - ma le elezioni presidenziali statunitensi proverebbero il contrario - ne trarrebbe vantaggio. Perché voterebbero anche i ceti più disagiati, piuttosto restii a recarsi alle urne nella convinzione di non poter cambiare le cose.
Neppure gli sconfitti nei quattro referendum sulla procreazione assistita si sono aggrappati a questo salvagente. E il perché è presto detto. Oggi come ieri il voto obbligatorio da noi avvantaggerebbe il centrodestra in quanto i suoi sostenitori sono meno politicizzati di quelli di centrosinistra e perciò più inclini a disertare le urne. Non a caso all’Assemblea costituente Andreotti presentò un emendamento in tal senso. Ma dovette rinunciarvi per l’opposizione delle sinistre e accontentarsi della blanda dizione secondo la quale l’esercizio del voto è «dovere civico».
Allora si capisce perché le proposte di modifica all’istituto referendario che stanno fioccando nei due rami del Parlamento sono di altro genere. C’è chi propone di elevare il numero delle firme per la loro richiesta. E chi vorrebbe abbassare o addirittura abolire il quorum di validità della metà più uno degli aventi diritto al voto. È un fatto che questo importante istituto di democrazia diretta sta perdendo colpi anno dopo anno. I motivi sono tanti. Più che le regole del gioco sono stati i giocatori a fare cilecca, con la proposizione di referendum poco appetibili per le più diverse ragioni. E poi non possiamo sottovalutare la circostanza che ai tempi della democrazia consociativa, con l’antitesi sì/no, i referendum avevano la funzione di disturbare i manovratori e anticipare in qualche modo quel bipolarismo oggi assicurato dalla democrazia maggioritaria.
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