Multe mai riscosse, al Comune danni per 25 milioni. Ma il processo è prescritto

Un ex dirigente e tre agenti della polizia locale erano accusati di aver stracciato tra il 2001 e il 2004 circa 816mila verbali. Il pm costretto a chiedere il non luogo a procedere. «Ma non possono essere assolti nel merito»

Accusati a vario titolo di aver «stracciato» tra il 2001 e il 2004 circa 816mila multe per infrazioni del codice della strada, causando al Comune un danno valutato in almeno 25,8 milioni, per un ex dirigente e tre agenti della polizia locale si profila una sentenza di non luogo a procedere per prescrizione. È quanto chiesto dal pubblico ministero Grazia Pradella al termine di una lunga requisitoria in cui ha tuttavia cercato di far emergere le responsabilità penali degli imputati, chiedendo al giudice Paolo Micara di non assolverli nel merito. Il panorama tracciato da Pradella parla di cartoline sparse per i cortili ed esposte alle intemperie, sacchi pieni di notifiche con scritto «da archiviare» ma che avrebbero ancora potuto essere notificate e un ufficio in via Rugabella assegnato all'ex dirigente del settore Affari generali dei vigili Maria Lorella Parma che però non ci andava mai, al punto che veniva utilizzato come deposito per gli atti. Il processo che si sta avviando ora verso la conclusione in primo grado ha preso il via dall'ispezione ordinata nell'agosto 2003 dall'allora comandante della Polizia locale Antonio Chirivì al suo futuro sostituto, Emiliano Bezzon. Parma, all'epoca dirigente di pari grado di Bezzon, è ora accusata di riufiuto di atti d'ufficio in concorso con l'ex funzionario responsabile della prima Sezione procedure sanzionatorie nel frattempo deceduto, per aver omesso gli atti necessari alla riscossione di sanzioni per migliaia di verbali di accertamento di infrazioni. Secondo la procura, avrebbe omesso di «vigilare sulla reale attività esercitata nell'Ufficio procedure sanzionatorie dal personale tutto, recandosi raramente» in questa struttura. In questo modo avrebbe permesso agli altri imputati di procedere alla sistematica distruzione dei verbali per «favorire soggetti allo stato ignoti». Vip o persone importanti, parenti o amici. E non avrebbe osservato «i plurimi inviti verbali del comandante Chirivì di collaborare fattivamente per la risoluzione del problema delle notifiche». Con gli altri imputati - Francesco Argenzio e un altro agente oggi deceduto - Parma è inoltre accusata di concorso in soppressione, distruzione e occultamento di atti veri. Si è stimato un milione di multe ma il consulente informatico della procura non è stato in grado di documentare il numero preciso. L'imputazione è aggravata dall'aver causato un rilevante danno economico per il Comune, stimato dall'amministrazione cittadina in almeno 100 milioni, anche se Pradella ha contestato un ammanco di circa 28,1 milioni, calcolandolo in base alla sanzione minima prevista dal Codice della strada per ogni tipo di multa stracciata. Al dirigente e a due vigili, Acolese e Pau, Pradella contesta anche il reato di concorso in truffa perché avrebbero indotto il Comune a corrispondere 10 mensilità ai due agenti a titolo di emolumenti e straordinarie per attività lavorative in un ufficio che in realtà non è mai esistito e nemmeno avrebbe potuto esistere. Un Albo Pretorio che, secondo quanto attestato dalla dirigente a Chirivì in una nota, sarebbe stato istituito nel 2003 proprio rilanciare la procedura corretta delle notifiche delle contravvenzioni. Infine, Argenzio risponde anche di ingiuria perché avrebbe insultato una dipendente dell'Ufficio notifiche perché lo aveva denunciato. Nella propria requisitoria, il pm ha spiegato che il processo è stato rallentato da «un elemento noto, per la sua frequenza, a chi si occupa dei reati contro le forze dell'ordine, consistente in un deprecabile, ancorché umanamente comprensibile, spirito di colleganza che, qualora mal interpretato, porta i testimoni a consapevolmente cercare di supportare le strategie difensive, o meglio le strategie ritenute difensive, con l'effetto di incidere pesantemente sulla loro stessa credibilità». E chiedendosi se il disinteressamento di Parma fosse in buona o cattiva Fede, ha detto che «in entrambi i casi siamo in presenza di un comportamento pienamente consapevole di ingiustificabile inerzia, che si sapeva comportare pesanti danni per l'amministrazione». Al termine Pradella ha detto al giudice della decima sezione penale che «il pubblico ministero, per quanto sopra esposto, chiede in relazione a tutti i reati ascritti agli imputati di non doversi procedere, essendo intervenuta la prescrizione». Tuttavia ha sostenuto di aver provato «la responsabilità degli imputati», rendendo «evidente l'insussistenza di formule assolutorie nel merito».