Multiculturali per forza? Minaccia alla democrazia

Un giorno a New York vidi un padre e un figlio neri ancora in abiti africani intenti a mangiare un gelato al tavolino di un bar. La loro amorosa comune gioia era palpabile. I loro profili si specchiavano in un comune progetto: America. Erano già americani nonostante gli abiti. Qui sta il punto. Caro Manconi che sul Foglio riapri la discussione sul multiculturalismo attaccando una «sindrome Nirenstein» che creerebbe un falso giudizio sottraendo questa realtà al mondo dell’ineluttabile e affidandolo a quello di un’ideologia attribuibile a «buonisti» tipo Don Ciotti o «l’internazionale socialista», non è così. Il multiculturalismo è ineluttabile. Ma la sua realtà nel comune discorso pubblico è mistificata, addolcita; la sua analisi e la sua prassi soffrono di una larghissima censura politica. E noi non lottiamo, ma anzi abbiamo un atteggiamento sottomesso, acquiescente. L’8 marzo dell’anno scorso Thomas Hammarberg, Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, si esprime per consentire il burqa; nel 2009 il governo svedese lascia che una folla di duemila immigrati a Malmö impediscano la coppa Davis perché gioca Israele; in quell’occasione il leader del partito della sinistra Lars Ohly dice alla folla soddisfatta che bisogna boicottare «il regime razzista ebraico»; in Inghilterra ci sono 75 tribunali shariatici che hanno emesso almeno 7500 giudizi; Mohammed Salem, il pakistano che ha ucciso la figlia Hina a Brescia con delitto d’onore, viene giustificato dalla difesa perché ha agito secondo la sua cultura; i francesi sono ormai talmente inquieti per la loro sicurezza che il 57 per cento riterrebbe giustificato l’uso dell’esercito. Se si sommano questi e mille altri elementi si capisce che un misto di paura, di illusione, di rassegnazione minaccia la nostra democrazia che soffre di mille effrazioni e difetti, ma è garante di libertà. Che fare? Misurare il multiculturalismo sulla parola democrazia, per quel che ci riesce.