Muoiono più soldati russi in caserma che militari Usa nell’inferno iracheno

Nel 2006 le vittime sono state 1.200, l’anno prima 2.200 Il «nonnismo» sotto accusa

Un reggimento di morti all’anno. Ma non a Bagdad, bensì in Russia. E non per la guerra, ma soprattutto per il male che da sempre affligge l’Armata Rossa: il nonnismo. Il bilancio dei morti in caserma per il 2006 è di 1200 vittime; in diminuzione rispetto al 2005, quando le morti bianche furono 2200, ma più dei militari Usa morti l’anno scorso in Irak. Un’onta che Putin non riesce a risolvere nonostante le tante riforme annunciate e mai applicate.
Chi può in Russia, evita la leva. E sono tanti quelli che riescono a farla franca: circa il 90% degli arruolabili, accampando motivi di studio, di famiglia, di salute o presentando documenti falsi o corrompendo qualche funzionario. Nel 2006 circa 125mila giovani hanno dovuto rispondere all’appello della patria e per molti di loro è iniziata l’esperienza più traumatica della propria vita. Secondo le statistiche la maggior parte dei morti è imputabile a incidenti stradali (279), ma i suicidi sono stati 210 e gli episodi di violenze, pestaggi, sevizie molti di più: 20mila nel 2005, pochi di meno l’anno successivo.
Di tanto in tanto qualche caso finisce sui giornali; ad esempio quello del diciannovenne Andrei Sychev che durante la festa di Capodanno è stato legato a una sedia e poi picchiato e violentato per tre ore. Finita la baldoria, i suoi commilitoni lo hanno lasciato quattro giorni senza cure. Quando infine un medico lo ha visitato le sue condizioni erano disperate: oggi Andrei vive su una sedia a rotelle. Le sue gambe e i suoi genitali sono stati amputati.
E la sua non è un’eccezione. Tra i coscritti da tempo è radicata la cultura dell’abuso. Uno dei suoi torturatori ha confessato agli inquirenti militari di aver seviziato quella recluta senza ragione: ha solo rispettato i codici di comportamento che gli erano stati insegnati dai più anziani non appena entrato in caserma. L’umiliazione, il sopruso, la molestia per stabilire chi comanda davvero. Due anni dura la leva in Russia, due anni in cui l’abuso diventa la regola.
L’associazione delle Madri soldato, guidata da Valentina Melnikova, e molte associazioni umanitarie da tempo chiedono l’intervento delle autorità. Inutilmente; perché i primi a chiudere gli occhi sono proprio i superiori. Lasciano fare. In fondo è sempre stato così.
Poco importa che i «nonni» si divertano a spegnere le sigarette sulle braccia dei cadetti oppure che li costringano a rendere servigi umilianti; quel che conta è che la tradizione venga rispettata. E quando c’è di mezzo la Cecenia è anche peggio. Nessuno vuol partire per il Caucaso e allora i più giovani vengono costretti con la violenza a offrirsi volontari. Loro vanno, gli anziani restano. Circa il 15% dei soldati dell’Armata Rossa impegnati laggiù è costituito da giovani di leva con pochi mesi di servizio. Quelli che riescono a tornare sono persi per sempre.