Muore il figlio di Cameron il leader che dice: la famiglia prima di tutto

ASSISTENZA La villa di Notting Hill era stata allestita per il piccolo con attrezzature speciali

C’è sempre un momento un cui si trova il coraggio. David Cameron l’ha trovato un giorno in auto: «Stavo guidando, Ivan era sul sedile posteriore. L’ho guardato dallo specchietto e ho pensato: è adorabile, ce la faremo». Per sei anni David e Ivan ce l’hanno fatta. Di giorno le sedute parlamentari, gli incontri pubblici. La notte in bianco, a dormire sul pavimento dell’ospedale. Ogni volta col fiato sospeso. Ogni giorno ringraziando che Ivan ci fosse ancora e chiedendo ai giornalisti di non raccontare quel calvario. «Non voglio pietà», diceva Cameron. Lo ha sempre detto orgoglioso del suo piccolo Ivan, che non riusciva a parlare ma che coi suoi sorrisi riusciva sempre a strappargli il sorriso. Fino a ieri. Fino all’ultima corsa in ospedale. Di nuovo nel cuore della notte. Un dramma che ha commosso l’Inghilterra. Perché ieri David Cameron, leader dei conservatori all’opposizione, papabile futuro premier, per gli inglesi era solo un papà che faceva i conti con la morte del suo piccolo. Ivan se n’è andato a sei anni. A nulla è servito il ricovero al St Mary’s Hospital di Londra, poco distante dalla villa di Notting Hill che David e la moglie Samantha hanno completamente allestito per potere offrire al piccolo le cure costanti, 24 ore su 24, di cui aveva bisogno.
Il calvario di Ivan era una sindrome cerebrale associata a epilessia. La diagnosi è arrivata dopo appena sei giorni di vita. «La notizia ti travolge come un treno in corsa - ha raccontato Dave ai giornalisti -. Ti affliggi per la perdita di qualcosa e il dolore è legato al divario che c’è tra le tue aspettative e la realtà, tra il bambino che pensavi avresti avuto e la realtà». Ma poi è arrivato quel viaggio in macchina, di ritorno dall’ospedale: «Ce la faremo. Ivan è adorabile». Così Cameron ha condotto gli ultimi sei anni fra impegni politici sempre più incalzanti e la continua assistenza al piccolo, dividendo i turni, anche quelli di notte, con la sua adorata Samantha. Nel 2005 è diventato leader dei Tory. Nel frattempo sono arrivati altri due piccoli, Arthur e Nancy, di 4 e 2 anni. Infine i sondaggi, quelli che dicono che gli inglesi vorrebbero affidargli la guida del Paese. Lui ha sempre detto: «Qualsiasi cosa raggiunga in politica, nulla è più importante della mia famiglia. Nulla mi dà più soddisfazione del crescere i miei figli nel modo giusto». Per questo, in caso di vittoria alle prossime elezioni, pare fosse pronto a rinunciare a trasferirsi a Downing street, il simbolo del potere: troppe le barriere architettoniche per consentire a Ivan una vita dignitosa.
Della famiglia Cameron ha fatto una bandiera politica, costringendo gli inglesi a interrogarsi sul suo futuro, convinto che su di essa si giocherà la sopravvivenza della società britannica. La sua esperienza personale, il suo dramma privato, lo hanno forgiato come uomo e come leader. «Gran parte della sua visione politica su questioni vitali come l’assistenza sanitaria si è formata all’ombra del dramma di Ivan - racconta al Giornale Brian Shallcross, vicepresidente della tribuna stampa di Westminster -. Cameron è sempre stato chiaro sul fatto che la sanità pubblica fosse una priorità dell’agenda politica dei Tory e ha sempre ringraziato pubblicamente operatori sanitari e servizi sociali per la loro dedizione». Anche così è nato quel «conservatorismo compassionevole» che - dicono i sondaggi - ha conquistato gli inglesi.
Lo hanno accusato di protagonismo, di «usare la famiglia come uno spot» perché - in tv prima e nelle cartoline di Natale poi - ha mostrato i suoi bimbi, con il piccolo Ivan in sedia a rotelle o attaccato alla sonda che serviva ad alimentarlo. Lui ha risposto: «Non c’è nulla che dica quel che penso più della mia famiglia. Credo che sia la cosa più importante della nostra società. Ecco perché ho fatto quel che ho fatto».