Muore il sudafricano Symons Ennesimo dramma alla Dakar

Quanto costa un etto di adrenalina? Quanto vale l’elettricità che attraversa testa, cuore e stomaco mentre si guida tra dune indorate e nella savana ampia si ascoltano scalpitare solo i cavalli del motore? Assaggiare quell’adrenalina vale più di una vita?
Morire per la Dakar non è così difficile, anche se i fari sono accesi e Battisti lontano. Lo ha scoperto in fretta, Elmer Symons. Nemmeno il tempo di avere nostalgia di casa, lui che in Africa ci era nato 29 anni prima e che in Sud Africa era cresciuto, diventando titolare di un import-export di pezzi meccanici che gestiva dagli Stati Uniti. Lui che dopo due anni di presenza ai margini del raid, paradossalmente nelle squadre di soccorso, si è tuffato incontro alla sua ironica sorte per provarci. Tentare la via dell’eroismo al profumo di benzina accanto al fratello, spalla familiare in questa moderna Odissea degli anni Duemilaerotti. Symons, che a 29 anni ha gustato l’aria calda del Maghreb per soli quattro giorni, agguantando un discreto 18° posto in classifica. Prima di cadere per cause ancora ignote al 142° km del tratto tra Er Rachidia e Ouarzazate, in un pericoloso angolo di sabbia marocchina ricco di dune e dimenticato perfino dagli Alisei. Erano le 9,16 e il sistema di allarme computerizzato ha inviato la segnalazione. Dopo otto minuti, l’elisoccorso era sul posto. In perfetto orario. Per constatare il decesso del motociclista.
In 29 edizioni, le anime perse sono 54. Trenta gli spettatori, ventiquattro i piloti, da Dodin a Cadelcott, passando per Meoni. Ventiquattro come se ogni ora trascorsa nel deserto rintoccasse nel nome di un diverso sogno spento. La storia della Dakar si rispecchia in se stessa e non si trova invecchiata. Uguali il cordoglio, le polemiche, il cinismo di chi dal tepore della propria casa si arma di razionalità e borbotta che in fondo - quei pazzi - se l’erano cercata.
Sì, la cercano e a volte ci si imbattono. Perché non esiste prova più pericolosa nel mondo del rally e perché salire in sella con l’idea fissa di sfidare la natura è un sublime gioco d’azzardo. Perché è vero, scuotere la testa chiedendosi come sia stato possibile è solo ipocrita. Ma rimanere in silenzio se un ragazzo con un sogno muore mentre cerca di realizzarlo, quello no, è solo commovente.