Una Muraglia all’integrazione

È paradossale che il primo episodio milanese paragonabile - fatte le debite proporzioni - alla rivolta delle banlieu francesi (reazione violenta di un quartiere contro un presunto sopruso delle forze dell'ordine) abbia avuto come protagonista la comunità cinese. Finora, infatti, questa aveva dato alla polizia meno grattacapi delle altre, in quanto sfogava la propria carica di violenza al suo interno, aveva pochi rapporti con il resto della città e si scontrava soprattutto con i residenti italiani della zona, che da anni lamentano «l’occupazione» del quartiere da parte dei cinesi e la trasformazione di negozi al dettaglio in magazzini all'ingrosso. I reati che commetteva erano di natura prevalentemente amministrativa, tanto che, in confronto agli albanesi o ai marocchini, i cinesi in carcere sono pochissimi. Con l'attacco di ieri a vigili e polizia per reazione a una multa per parcheggio in seconda fila la comunità ha perciò rivelato un volto inedito: quello di una «tribù» refrattaria all'assimilazione, che non dà grane fino a quando viene lasciata a se stessa, ma è pronta a insorgere compatta, con tanto di spiegamento di bandiere, se appena viene disturbata nei suoi affari.
Più che per il singolo episodio, che testimonia solo una nuova severità dell'amministrazione nel far osservare le norme vigenti, i cinesi si sono probabilmente rivoltati contro la decisione della giunta di trasformare via Paolo Sarpi in strada a traffico pedonale e mettere così fine al caotico via-vai di camion che caricavano e scaricavano le merci dei molti magazzini all'ingrosso, spesso privi di autorizzazione, che si sono insediati nel quartiere. Ma attenzione: se il semplice annuncio di questo provvedimento, che costringerà molte ditte cinesi a emigrare verso la periferia ha sollevato tutto questo trambusto, chi sa che cosa accadrà quando esso sarà effettivamente applicato.