Murdoch jr e Assange, addio ai due profanatori delle vite degli altri

Con la scusa della verità senza limiti, si procacciavano notizie senza alcuno scrupolo. Per continuare a inebriare i lettori i pudori svaniscono. E gli scoop sono venduti sempre più a caro prezzo 

J & J, ovvero le due facce di una stessa medaglia. Da una parte la mastodontica News International di James, figlio ed erede del magnate Rupert Murdoch, dall’altra la lillipuziana Wikileaks del canuto folletto Julian Assange. In mezzo l’Australia e un incontenibile gusto per l’illegalità nel nome sacro della verità. Un razzista attribuirebbe ogni colpa a quel continente di ex galeotti. Ma perderebbe di vista le più inquietanti analogie dei due casi. Due casi dove nel nome del diritto alla notizia si calpesta ogni limite legale, si droga l’informazione e alla fine, come nella tragica parabola di una tossicodipendenza, s’uccidono giornalismo, credibilità della stampa e libertà d’informazione. Ovvero gli stessi soggetti che ci si illudeva di rafforzare.
In tutto questo molto più dell’Australia c’entra una comune vocazione al nomadismo di James e Julian. Il bimbo James Murdoch vaga da una scuola all’altra del globo per seguire l’espansione planetaria di papà Rupert. Il meno fortunato Julian insegue la madre, animatrice di teatri itineranti nello sconfinato continente australiano. Quella vita senza fissa dimora e riferimenti regala al folletto di Wikileaks la voglia di vivere senza limiti e sviluppare culture alternative nel mondo senza troppe leggi d’internet.
James Murdoch, pur non avendo mai ideologizzato o approvato il furto di notizie praticato dai suoi giornalisti, bazzica inizialmente la stessa cultura. A 23 anni il suo sogno non è dare la scalata all’impero di famiglia, ma lanciare «Rawkus Records», minuscola «company» newyorkese fondata nel 1995 per lanciare nuove etichette dell’hip hop. Quella smania giovanile, unità a una certa estraneità culturale rispetto alle regole del giornalismo, lo induce a non vedere o a sottovalutare il meccanismo infernale che regala decine di scoop a News International. Il primo motore di quel meccanismo è l’idea che il reperimento della verità non sia sottoposto ad alcun limite. Julian Assange nel nome di quei principi non esita a violare gli scrigni informatici di Stati, banche e istituzioni e distribuirne al mondo i contenuti. Nel nome di un idealismo tanto deviato quanto egoista, il fondatore di Wikileaks e i suoi complici mettono a rischio non solo la sicurezza internazionale, ma anche le vite di agenti e informatori al soldo degli americani in Irak o in Afghanistan. I segugi di News International per qualche copia in più non esitano a ostacolare le indagini sull’uccisone di una bimba o a intercettare le telefonate delle famiglie dei soldati caduti in Afghanistan. L’idea teoricamente intrigante di una verità accessibile a tutti si trasforma in un universo orripilante. Un universo dove i giornalisti di News International o gli hackers di Wikileaks diventano gli autentici «grandi fratelli», i profanatori e gli stupratori delle «vite degli altri». L’ideologia delle «verità rubate» ben lungi dal regalarci un mondo privo di padroni dell’informazione finisce con il traghettarci in un universo dominato da folli Robin Hood pronti a rapinar case, banche e chiese pur di distribuire una ricchezza chiamata verità. E la strada di quell’inferno non è lastricata solo d’ideali. Il folletto Assange i suoi scoop non li regala, li vende a caro prezzo alle più importanti testate internazionali. E James e gli altri capi di International News di fronte alle prime rivelazioni sulle intercettazioni preferiscono girar la testa dall’altra parte.
Ma, a conti fatti, le verità razziate dai folletti di Wikileaks e da quelli di News International regalano profitti e glorie assai caduchi. I giornali e le televisioni alimentate dai pusher di Wikileaks o di News International sono i protagonisti di uno sport senza controlli anti doping. Protagonisti costretti, per continuare a inebriare lettori e spettatori, ad assumere dosi sempre più massicce di stupefacenti verità rubate. Fino a quando neppure quelle stupiscono più. Fino a quando il ribrezzo e l’indignazione per la mancanza di scrupoli travalicano la sensazione regalata dagli scoop. Ed è lì che il castello crolla, i giornali chiudono, i folletti finiscono dietro le sbarre. Ed è lì che la consueta banalità di un giornalismo capace di non oltrepassare i limiti si rivela l’autentica certezza di un mondo migliore.