Murdoch a un passo dal «Wall Street Journal»

da Milano

Ma, alla fin fine, l’editoria è un buon affare, o no? In questi giorni, segnali forti, e di non banale interpretazione, sono giunti da uno scenario internazionale che è in movimento. E anche in Italia si sta riconfigurando il rapporto fra finanza e industria, contenuti e tecnologia, uomini e macchine.
A New York si è a un passo dall’accordo che cambia tutto. L’amministratore delegato di Dow Jones, Richard Zannino, ha raggiunto un’intesa con la News Corporation di Rupert Murdoch, che ha offerto 5 miliardi di dollari per il gruppo del Wall Street Journal. La famiglia Bancroft, che controlla il 64% di Dow Jones, dovrà dire sì o no entro la prossima settimana. «L’operazione ha senz’altro uno specifico contenuto finanziario e industriale per il gruppo Murdoch - osserva Andrea Renda, direttore a Bruxelles degli affari regolamentari del Centre for European Policy Studies, uno dei principali pensatoi a cui si appoggia la Commissione -, ma è soprattutto la conseguenza della convergenza strutturale verso le reti di nuova generazione: reti in fibra ottica su cui viaggeranno immagini, parole e numeri. Tutto digitale, con l’analogico in via di estinzione. Un processo destinato a essere gestito, almeno in una prima fase, da un numero limitato di grandi protagonisti dalle enormi capacità finanziarie e tecnologiche». Non è solo la rivoluzione tecnologica a modificare la fisionomia dei mercati globali. C’è pure la propensione a creare gruppi internazionalizzati. «Bruxelles - nota Renda - vede di buon occhio in Europa le operazioni transnazionali». E le osservano con interesse anche gli investitori. L’altro giorno la Borsa ha creduto alle voci, smentite da Telecom, sull’offerta da un miliardo di euro che i tedeschi di Bertelsmann avrebbero predisposto per TiMedia, che ha in pancia La Sette.
In un contesto tanto complesso, fatto di notevoli impegni finanziari e di gap tecnologici, il capitale umano non sarà più come prima. In Germania ProsiebenSat.1, che ha appena acquisito per 3,3 miliardi di euro la concorrente Sbs, ha deciso di tagliare 300 posti di lavoro, fra Berlino e Monaco. Per lo più giornalisti. Con un programma di riduzione dei notiziari che sarebbe più o meno equivalente alla cancellazione del Tg delle 8 di sera di Rai Uno. «Al di là di questa singola operazione, in cui i fondi di private equity azionisti Kkr e Permira usano l’accetta come farebbero in qualunque settore - dice Renda - la professione giornalistica dovrà riuscire a gestire l’evoluzione tecnologica e la multimedialità». Quella multimedialità che lunedì mattina, alla presentazione del piano industriale di Rcs, Antonello Perricone, dopo avere ecumenicamente chiesto l’apertura del tavolo di trattative per il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti, ha indicato come uno dei problemi nevralgici dei nuovi rapporti fra reporter e aziende editoriali.