Il muro di Como più forte delle promesse

da Como
Che quel muro in riva al lago non sarebbe caduto molto presto, erano in molti, noi compresi, a sospettarlo. Il sindaco di Como, Stefano Bruni, preso dall’enfasi di una città che gli si stava rivoltando letteralmente contro, aveva chiesto trenta giorni di tempo per risolvere la situazione, promettendo che vi avrebbe posto rimedio. Da quella promessa sono trascorsi quasi due mesi e le ipotesi che, giorno dopo giorno, si susseguono sono tutt’altro che incoraggianti.
Ricapitoliamo: sul lungolago la giunta cittadina ha messo in piedi il cantiere comunale più importante degli ultimi 40 anni, le cosiddette paratie antiesondazione. In pratica, l’amministrazione sta rifacendo completamente la riva, alzandola al punto da trasformarla in una valida struttura di contenimento delle acque quando queste superano una certa quota.
Il progetto prevede la riqualificazione completa del lungolago, con una passeggiata destinata a passare dagli attuali 8 metri di larghezza a una ventina di metri a opere concluse. Fin qui, tutto bene. Peccato che nella sottovalutazione generale dei responsabili (politici e tecnici) dell’opera sia spuntato un muro fronte lago, una barriera abbastanza alta da nascondere la visuale del lago a tutti coloro che percorrono la strada che costeggia il Lario.
Da quando, a fine settembre, un pensionato di quelli che passano i pomeriggi a “sovraintendere” i cantieri si è accorto del misfatto, a Como è stato un terremoto. Sfiduciato l’assessore alla partita, Fulvio Caradonna, sfiduciati il direttore dei lavori e il responsabile del procedimento, sfiduciato persino il direttore generale. E, soprattutto, per la prima volta, una città infuriata sul serio contro il sindaco. Una rabbia trasversale, capace di mettere insieme elettori di destra e di sinistra, uniti nell’indignazione per lo scempio. Domenica, l’ultima protesta. Non molta gente, un paio di centinaia di stoici incavolati, che alla faccia di freddo e vento, hanno messo in scena il loro piccolo corteo dietro lo slogan: “Bruni, va a ca’”.
Bruni, nel frattempo, non va a casa, almeno per il momento, ma arranca. Perché dalla promessa fatta in consiglio comunale, e in diretta sulla tivù locale, di abbattere completamente quel benedetto muro, nelle ultime ore si sta passando a un suo mero ridimensionamento parziale. L’ipotesi allo studio, la cui paternità è per ora lasciata ai tecnici, giusto per non prendere troppi insulti, prevede infatti resti in piedi almeno qualche tratto. I motivi? Due: il primo riguarda la Regione. Il Pirellone è tra i principali finanziatori. Pare difficile, al momento, che a Milano vi sia chi firmi un atto che autorizzi la demolizione e la correzione di un progetto che ha avuto, oltre che soldi pubblici, anche autorizzazioni da organismi regionali competenti.
In secondo luogo, il muro potrebbe restare in piedi per il semplice fatto che, se anche fosse abbattuto completamente, della originale visuale del lago, a passeggiata rifatta e innalzata, a chi transita sul lungolago resterebbe, più o meno, il 30% dell’attuale. Tanto varrebbe, a quel punto, metterci qualche fioriera e qualche muretto, in modo da arredare quella che, altrimenti, risulterebbe una specie di spianata lunga 160 metri e larga 20. Ma ciò significherebbe ratificare per sempre la scomparsa del tanto amato lungolago. Situazione difficile, insomma.
I francesi queste situazioni le chiamano cul-de-sac. Bruni vi si è infilato e difficilmente riuscirà a uscirne.
MM