Muro contro muro: nel mondo è tornata di moda la cortina di ferro

I ricchi di Buenos Aires e Rio de Janeiro vogliono costruirne uno per proteggersi dai poveri. Non sono i soli: gli Usa fanno barriera contro il Messico

Nell'era della globalizzazione tra le frontiere passa di tutto. Idee, impulsi elettronici, messaggi telematici, minacce terroristiche, capitali economici, merci di ogni genere. Ma non uomini. È finita l'euforia che seduta a cavalcioni sul Muro di Berlino aveva aperto le porte alla libertà. Adesso la libertà fa paura. L'ultimo diga la vogliono costruire i ricchi di Buenos Aires, quartiere La Horqueta: una barriera, alta tre metri e lunga quasi trecento, per difendersi dai poveri, da quelli del Barrio della Villa Jardin. Dicono che rubino, che saccheggino le case. «Non è un muro sono solo blocchi di cemento» spiegano con umorismo involontario quelli de La Horqueta. Anche Rio de Janeiro ha proposto un murallon anti-favelas mentre gli Stati Uniti l'hanno già costruito: 595 chilometri di barriera sul confine con il Messico, sorvegliata da telecamere, riflettori e 6mila agenti armati fino ai denti, con blocchi al transito dei veicoli per altre 500 miglia, tanto per essere sicuri che niente sfugga all'occhio vigile dello zio Sam. Lo scopo: arginare la marea di immigrati che monta incontenibile come uno tsunami. Dalla statua della Libertà al muro tra le due Americhe. Ma gli Stati Uniti non sono soli. Dopo sei anni di duro lavoro è stato inaugurato anche il muro di ferro e acciaio che dovrà tenere lontani per sempre India e Bangladesh: una cortina di ferro lunga 4mila chilometri, 45mila soldati indiani spiegati. Le ragioni sono le stesse degli americani: frenare gli immigrati, bloccare i terroristi, i trafficanti di droga, i mercanti d'armi. Uomini comunque, pericolosi in quanto tali. E difficili da tenere lontani, come la paura. É lo stesso cielo con il filo spinato che divide Spagna e Marocco. Qui la frontiera tra il Maghreb e l'Europa è sigillata da una barriera metallica doppia, alta da 4 a 6 metri e lunga 9,7 chilometri intorno alla città di Ceuta e 8,2 chilometri intorno a quella di Melilla, dove si concentra la pressione di milioni di uomini in cammino dall'Africa sub-sahariana. Una testuggine che preme senza sosta. E che ha già aperto crepe su crepe nonostante la mano pesante della polizia marocchina abbia insanguinato il muro con decine di vittime. C'è poi un altro serpente di cemento armato che si muove tra confine e confine, senza fermarsi mai, è la barriera di sicurezza intorno alla Cisgiordania e a Gerusalemme che sta crescendo di giorno in giorno, mattone su mattone, per soffocare le infiltrazioni di terroristi in Israele. Un primo muro era già stato costruito attorno a Gaza ai tempi della prima Intifada, la striscia di terra fu rinchiusa da una barriera elettrica chiusa a doppia mandata. Ma non bastò a tenere lontani i kamikaze. Dietro il muro si nasconde la fame che sa essere peggio della paura. Sono tanti a protestare contro tutti i muri del Terzo millennio non solo chi resta fuori ma anche chi resta dentro. Protestano i Paesi sudamericani, improvvisamente soli e abbandonati: «I muri non saranno mai il fondamento di un'amicizia tra due popoli». Tutto vero, tutto giusto. Ma un'idea di come scavalcare il muro non ce l'hanno. E nemmeno di come proteggere la porta di casa da chi entra e da chi scappa. Undici milioni di clandestini non sono solo un numero ma uno stato d'animo. Anche per abbattere un muro ci vuole senso del limite.